On Cross-linguistic Equivalences

It is, without doubt, interesting to highlight the values2 that are inherent to a language by comparison with other languages. This practice can often reveal facts that would otherwise risk remaining unnoticed. But trying to establish (determine, identify) and describe those values by translating them into other languages can be dangerous.

Thus, it is true that Romance “perfects” often cor­respond, in translation, to the perfective aspect of Slavic languages; however, the respective language values are radically different. Translation only shows us that the Romance “perfects” and the Slavic perfective aspect can designate the same real states of affairs: it allows us to establish a (partial) coincidence in designation3; but no signification4 coincidence can be deduced from the latter. It is very important to refrain from applying categories to a linguistic system that are alien to it. Indeed – unlike the Slavic perfective –, the indefinite preterite (passé défini) of Romance languages may very well designate “durative” actions: It. caddi lungamente per quella china, Sp. estuve leyendo, Port. estive a estudar, Fr. je fus pendant longtemps ouvrier ébéniste; and the imperfect may de­signate “global” and even “momentary” actions: It. la polizia si recava al domicilio del colpevole e lo arrestava; Rom. Dară Manea ce făcea? Sabia ’n mînă apuca…; Fr. il prenait une voiture et, un quart d’heure après, il descendait au Palais X; Sp. el 3 de agosto, a las 8 de la mañana, establecíamos el contacto con el enemigo; etc. On the other hand, in cases that are perfectly analogous to those that are adduced to support the functional similarity between the Romance “perfects” and the Slavic perfective, the equivalence is also far from being absolute. Speakers of Romance languages say, for instance, Sp. escribí (he escrito) todo el día, Port. escrevi o dia inteiro, It. scrissi (ho scritto) tutto il giorno, Rom. am scris toată ziua, etc., that is, the same way they say escribí (he escrito) la carta, etc., while Russian speakers say ja napisal pis’mo (with the perfective), I’ve written the letter’, but ja pisal celyj den’ (with the imperfective), I’ve been writing the entire day’. Spanish speakers say leí (he leído) a Puškin (and so do, mutatis mutandis, the speakers of other Romance languages); Russian speakers, in contrast, say ja čital Puškina, with the imperfective. All this is due to the fact that the specific temporal determination expressed by Romance “perfects” does not coincide with the per­fectivity expressed by the Slavic verb. Slavic expresses the verbal action as considered with its objective end or without its end, while Romance languages express the action with limits that are defined in time or without limits; more strictly speaking, the action outside its development and in its very development.

Footnotes

1 All footnotes are from the translator.

2 On the concept of linguistic value, see Saussure 2011, 111ff.

3 Coseriu (1971, 486) defines designation as “the reference to extralinguistic reality or extralinguistic reality itself, be it facts or be it ideas (i.e. facts of the mind)”.

4 Coseriu (1971, 486) defines signification as “the linguistic content in a particular language”. Other English terms used by him to refer to the same phenomenon are significance (Coseriu 1967) and meaning (Coseriu 1985).

L’origine del linguaggio e della coscienza

 

1| Introduzione

Nel ricco fondo Rossi-Landi conservato presso il Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psi­cologia applicata dell’Università di Padova è conservato il carteggio tra il semiologo italiano Ferruccio Rossi-Landi (1921-1985) e il filosofo vietnamita Tran-Duc-Thao (1917-1993) risalente ai primissimi anni Settanta e in cui si discute della pubblicazione di un volume dal titolo L’origine del linguaggio e della coscienza. Il volume avrebbe accolto la traduzione italiana di alcuni articoli di Thao apparsi nel decennio precedente nelle rivista francese La pensée1. Come noto questi articoli, adeguatamente rima­neggiati2, verranno pubblicati, in lingua fran­cese, nel 1973 presso le Editions Sociales con il titolo Recherches sur l’origine du langage et de la conscience (per un quadro di insieme sui contenuti del volume si veda Federici 1970, Caveing 1974, Haudricourt 1974, François 1974, D’Alonzo 2016; da ora in poi RLC). Purtroppo, invece, l’edizione italiana, come si mostrerà, non vedrà mai luce nonostante l’interesse di alcuni editori e una traduzione, quella di Bonaventura Menato (1936-2014), ormai completata. Il progetto tradisce in ogni caso l’intra­prendenza e l’acume editoriale di Rossi-Landi, allora direttore della casa editrice Ideologie, in quanto, si vedrà, l’idea del volume precede la stesura e la pubblicazione delle RLC. Insieme alla pubblicazione della traduzione italiana di Fenomenologia e materialismo dialettico ad opera di Roberta Tomassini nel 1970 e dei molti saggi che vengono pubblicati in quegli anni sul pensiero di Thao in alcune riviste italiane, e in particolare in Aut Aut, si può parlare di un diffuso interesse in Italia per il filosofo vietnamita, interesse che nasce certo da istanze e progetti teorico-politici diversi3. In questo quadro il carteggio tra Thao e Rossi-Landi getta nuova luce sul pensiero e l’opera di due grandi progetti teorici che hanno segnato la storia della semiologia marxista. Due autori che meriterebbero certamente maggiore atten­zione oltre a richiedere lo sforzo congiunto di molti studiosi dato l’immenso e ancora in gran parte ines­plorato lascito.

2.1 | Il carteggio

In via preliminare si offre una panoramica in ordine cronologico del corpus utilizzato nelle pagine che seguono:

  • Lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Pierre Boiteau e Marcel Cornu, Roma 2 gennaio 1971 (in francese)*

  • Lettera dattiloscritta di Antoine Spire a Rossi-Landi, Parigi 8 gennaio 1971 (in francese)*

  • Lettera dattiloscritta di Antoine Spire a Rossi-Landi, Parigi 19 gennaio 1971 (in francese)*

  • Lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Antoine Spire, Roma 25 gennaio 1971 (in francese)*

  • Lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Tran-Duc-Thao, Roma, 9 febbraio 1971 (in tedesco) (annessi volumi in omaggio)**

  • Lettera manoscritta di Tran-Duc-Thao a Rossi-Landi, Hanoi 27 febbraio 1971 (in francese) (aggiunta dell’errata corrige)**

  • Lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Tran-Duc-Thao, Roma, 31 aprile 1971 (in inglese) (annessi volumi in omaggio)**

  • Lettera manoscritta di Tran-Duc-Thao a Rossi-Landi, Hanoi 25 giugno 1971 (in francese)**

  • Lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Tran-Duc-Thao, Roma 1 luglio 1971 (in francese)**

  • Lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Tran-Duc-Thao, Roma 10 agosto 1971 (in francese)**

  • Lettera manoscritta di Tran-Duc-Thao a Rossi-Landi, Hanoi 8 settembre 1971 (in francese)**

  • Lettera manoscritta di Tran-Duc-Thao a Rossi-Landi, Hanoi 17 ottobre 1971 (in francese)**

  • Lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Tran-Duc-Thao, Roma 3 gennaio 1972 (in francese)**

  • Lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Antoine Spire, Roma 18 gennaio 1972 (in francese)*

  • Lettera manoscritta di Tran-Duc-Thao a Rossi-Landi, Hanoi 27 gennaio 1972 (in francese)**

  • Lettera dattiloscritta di Antoine Spire a Rossi-Landi, Parigi 21 febbraio 1972 (in francese)*

  • Lettera manoscritta di Tran-Duc-Thao a Rossi-Landi, Hanoi 10 marzo 1972 (in francese)**

  • Lettera manoscritta di Rossi-Landi a Tran-Duc-Thao, Roma 6 aprile 1972 (in francese)**

  • Lettera dattiloscritta di Antoine Spire a Rossi-Landi, Parigi 17 aprile 1972 (in francese)*

  • Lettera dattiloscritta di Donald V. Morano a Rossi-Landi, Chicago 2 luglio 1972 (in inglese)**

  • Lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Antoine Spire, Roma 3 luglio 1972 (in francese)

  • Lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Donald V. Morano, Roma 30 ottobre 1972 (in inglese)**

  • Lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Tran-Duc Thao, Roma 26 febbraio 1973 (in francese)**

  • Lettera manoscritta di Tran-Duc Thao a Rossi-Landi, Hanoi 15 aprile 1973 (in francese)**

  • Lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Antoine Spire, Roma 14 giugno 1973 (in francese)*

  • Lettera dattiloscritta di Antoine Spire a Rossi-Landi, Parigi 21 giugno 1973 (in francese)*

  • Lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Antoine Spire, Roma 28 giugno 1973 (in francese)*

  • Lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Tran-Duc Thao, Roma 28 giugno 1973 (in francese)**

  • Lettera dattiloscritta di Antoine Spire a Rossi-Landi, Parigi 4 luglio 1973 (in francese)*

  • Lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Antoine Spire, Roma 12 ottobre 1973 (in francese)*

  • Lettera dattiloscritta di Antoine Spire a Rossi-Landi, Parigi 16 ottobre 1973 (in francese)

  • Lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Antoine Spire, Roma 6 novembre 1973 (in francese)

  • Lettera dattiloscritta di Antoine Spire a Rossi-Landi, Parigi 1 aprile 1974 (non pervenuta)

  • Lettera dattiloscritta di Antoine Spire a Rossi-Landi, Parigi 24 luglio 1974 (in francese)*

  • Lettera dattiloscritta di Antoine Spire all’Editore G. Feltrinelli, Parigi 24 luglio 1974 (in francese)*

Legenda

* Fondo Rossi-Landi. Faldone V4. Cartella “Editions Sociales”.

** Fondo Rossi-Landi. Faldone 15o. Cartella “Trân Duc Thao”.

2.2 | Contenuti del carteggio

Si deve tenere presente anzitutto che lo scambio epistolare tra Thao e Rossi-Landi gravita intorno alla pubblicazione di Origine del linguaggio e della coscienza. Dunque si presentano di seguito ampi stralci dalla corrispondenza tra Rossi-Landi e il depositario dei diritti degli articoli di Thao, Antoine Spire. Dettagli tecnici di poco rilievo e perlopiù di ordine finanziario, ammini­strativo e burocratico sono stati omessi. Sono stati invece riportati i passi utili a fissare le coordinate cronologiche essenziali.

Maggiore spazio è stato accordato al carteggio tra Thao e Rossi-Landi in quanto emergono interessanti informazioni sia storico-biografiche che teorico-filosofiche che possono gettare nuova luce sulle rifles­sioni semio­logiche che i due autori stavano elaborando in quegli anni. I molti brani nei quali si affrontano questioni teo­riche oppure quelli rilevanti dal punto di vista storico-biografico sono stati estratti dal carteggio e rac­colti nei paragrafi che seguono secondo criteri tematici e crono­logici. Si viene per esempio a conoscenza dei tempi e dei modi della lettura da parte di Rossi-Landi di Phéno­ménologie et matérialisme dialectique di Thao (§ 3.1.); del giudizio retrospettivo di Thao su quel saggio (§ 3.4.4.) anche relativamente al marxismo fenomenologico di Merleau-Ponty e Sartre (§ 3.4.4); dello scambio di idee tra i due autori rispetto alla famosa omologia rossi-landiana tra economia e linguaggio (§ 3.4.1.); delle loro riserve verso lo strutturalismo, tanto nella forma del marxismo di Althusser (§ 3.4.3.) che in quella della fonologia (§ 3.4.2.). Si può inoltre stabilire un resoconto dettagliato di alcune loro letture in quel periodo (§ 3.5); infine la diversa importanza accordata dai due all’impiego politico della riflessione filosofica (§ 3.7.). Si citeranno infine anche alcune curiosità e aneddoti al fine di rendere conto anche del tono cortese e spesso informale delle conversazioni (§ 3.8.).

3.1 | Phénoménologie et matérialisme dialectique (1951)

Da quello che si evince dall’epistolario, Rossi-Landi viene a conoscenza dell’opera di Thao attraverso la traduzione italiana di Fenomenologia e materialismo dia­lettico (1970):

Vor einigen Wochen habe ich zum erstenmal Ihr Buch über Husserl und Ihre wunderbaren Artikel, die in La Pensée zwischen 1965 und 1970 erschienen sind, lesen können. (Lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Tran-Duc-Thao, Roma, 9 febbraio 1971)

Je connais Phénoménologie et matérialisme dialectique4 seulement dans la traduction italienne (qui est accep­table; tandis que l’introduction donne au lecteur une idée fausse de l’importance de votre évolution originale au dela [sic] de la phénoménologie). Le texte français est épuisé. Est-ce-que par hazard [sic] vous en avez une copie que vous pourriez m’envoyer? (Lettera dattilo­scritta di Rossi-Landi a Tran-Duc-Thao, Roma 3 gennaio 1972)5

Traduzione di cui Tran-Duc-Thao non era a cono­scenza:

Je ne savais pas qu’il a été traduit en Italien, et j’ignore le nom du traducteur comme de l’éditeur. (Lettera manoscritta di Tran-Duc-Thao a Rossi-Landi, Hanoi 27 gennaio 1972)

Da quello che si evince dal materiale contenuto negli “archivi Husserl” di Lovanio, che non verrà però preso in considerazione in questa sede, Tomassini aveva effet­tivamente provato ad entrare in contatto con Thao cercando la mediazione dellʼallora direttore degli Archivi Husserl Herman Leo Van Breda (1911-1974). Tomassini sperava che Thao, ormai in Vietnam da molti anni, fosse rimasto in contatto con Van Breda e gli archivi Husserl dove aveva trascorso un importante e fecondo periodo di ricerca nei primi mesi del 1944. In realtà i contatti tra Van Breda e Thao, come il direttore degli Archivi ricorda a Tomassini, si sono arrestati nel 1946.

Rossi-Landi non riesce ad entrare in possesso della versione in lingua originale di Phénoménologie et maté­rialisme dialectique (pubblicato nel 1951 presso la casa editrice parigina Minh Tan e i cui diritti sono stati oggetto di controversie: si veda a questo proposito Marchaisse 2013; da ora in poi PDM) prima del 1972, quando Thao in persona gliene invia una copia:

Je vous envoie avec plaisir un exemplaire de Phénoménologie et Matérialisme dialectique, puisque vous vous intêressez [sic] à cet ouvrage. (Lettera mano­scritta di Tran-Duc-Thao a Rossi-Landi, Hanoi 27 gennaio 1972)

Come Rossi-Landi spiega altrove, l’interesse che suscita in lui la riflessione di Thao riguarda l’abbozzo di una omologia tra linguaggio e economia. A titolo di esempio, si può leggere infatti in Linguistica ed economia (redatto negli anni Settanta e pubblicato nel 2016) – altro testo inedito depositato presso il Fondo Rossi-Landi ed edito di recente da Cristina Zorzella Cappi:

Sarebbe bene richiamare alla mente le approssimazioni omologiche di due autori che sono tanto originali quanto sono relativamente negletti, George Thomson e Trân Duc Thao. […] Queste idee [di Thao], che tanta dimestichezza hanno con Marx e Husserl, che venni a conoscere diversi anni dopo aver presentato l’omologia della produzione in Language as labor and trade, mi sono state di grande conforto e mi hanno incoraggiato a sviluppare ulteriormente l’omologia in questa se­zione. (Rossi-landi 2016, 180-181, medesima afferma­zione anche in Rossi-Landi 1977 [1974], 1902)

Lʼepistolario conferma che Rossi-Landi viene a conoscenza della teoria di Thao non prima del 1970-1971 e che dunque non può essere vista come “fonte” delle tesi esposte nel 1968 in Linguaggio come lavoro e come mercato.

3.2 | I primi contatti e la nascita del progetto editoriale

Probabilmente a partire dalla lettura della traduzione di Tomassini, e incrociando delle questioni di diritti d’autore relative ad un articolo su Fanon apparso in La pensée e poi tradotto in Ideologie e i cui diritti erano posseduti dalle Editions Sociales (vd. Nghe 1963), Rossi-Landi si interessa agli articoli di Thao degli anni Sessanta dedicati all’origine della coscienza a partire dal gesto di indicazione6. Con la seguente lettera spedita da Rossi-Landi a due referenti della rivista La pensée si apre il dossier oggetto del presente contributo:

Nous avons publiée dans le numéro 12 de Ideologie une traduction italienne de l’article “Frantz Fanon et les problèmes de l’indépendence” par [sic] NGUYEN NGHE sans qu’aucun entre nous vous aie écrit pour vous en demander la permission (l’article avait paru en français dans votre numéro 107, en Février 1963). […]

C’est aussi à propos d’un autre Vietnamite [sic] que je vous écris aujourd’hui. Nous voulons acheter les droits des cinq articles publiés dans La pensée par TRAN-DUC-THAO (119, Février 1965, 128, Juillet-Août 1966, 147, Septembre-Octobre 1969, 148, Novembre-Décembre 1969, et 149, Janvier-Février 1970). Notre intention est d’un [en] faire un livre. Aussi, comme l’auteur lui-même solicitait [sic] des informations (voir La pensée, 128, p. 4), nous vous demandons de bien vouloir nous fair [sic] connaître son adresse à Hanoi. Je voudrais lui écrire personnellement pour l’informer que ses recherches sur le langage m’ont fort interessé [sic] et pour lui envoyer mes ouvrages sur le même sujet. (Lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Pierre Boiteau e Marcel Cornu, Roma 2 gennaio 1971)

Gli articoli di Thao in questione sono: Thao 1965 [1956], 1966, 1969a, 1969b, 1970. Indice confermato da una lettera di Thao:

Le volume comprendrait deux recherches: Le mouve­ment de l’indication” (La Pensée, No 128), et “Le langage syncrétique” (La Pensée, Nos 147-148-149). – Pour la seconde recherche, l’ancien titre “Du geste de l’index à l’image typique” ne me semble pas adéquat, car la diffé­ren­ciation du second doigt de la main comme index a dû demander une longue évolution. Au début, chez les Aus­tral­anthropos, le geste de l’indication se faisait certaine­ment avec la main tout entière. (Lettera manoscritta di Tran-Duc-Thao a Rossi-Landi, Hanoi 27 febbraio 1971)

Interessante notare che al tema del gesto dindica­zione è dedicato un importante paragrafo nelle RLC (cf. Thao 1973, 142-143) e nellarticolo in questione (cf. Thao 1969, 44). Lʼosservazione di Thao è dunque più una precisazione che una revisione di una ipotesi esposta precedentemente. Ma sono chiare in questo modo le ragioni, altrimenti oscure, che hanno condotto Thao a preferire il titolo Le langage syncrétique a Du geste de l’index à l’image typique come titolo della seconda delle sue RLC.

Avrebbe fatto da Appendice al volume la traduzione di un altro articolo di Thao (Thao 1956). Tale fu almeno la proposta dello stesso Thao:

Pour ce qui concerne l’article sur “Le “noyau rationnel” dans la dialectique hégélienne”, je vous proposerais, si vous le voulez bien, de le mettre à la fin du livre, en Appendice. (Lettera manoscritta di Tran-Duc-Thao a Rossi-Landi, Hanoi 27 febbraio 1971)

I agree with your proposal to sub-divided the book into two investigations and adding the essay on Hegel as an appendix. (Lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Tran-Duc-Thao, Roma, 31 aprile 1971)

Articolo, quello di Thao sulla dialettica hegeliana, apparso in vietnamita nel 1956 e poi tradotto in francese e pubblicato dallʼautore nel 1965. Questo articolo va letto come il primo tentativo di superamento della metodologia fenomenologica e come critica alla lettura di Hegel proposta negli anni Quaranta da Kojève. Per un verso si mostra come Marx non abbia offerto una traduzione materialista della dialettica hegeliana ma ne abbia modificato lʼessenza. Lo stesso, secondo Thao, andrebbe fatto con la fenomenologia. Per un altro verso Thao mostra come la dialettica della natura e soprattutto i primi paragrafi della Fenomenologia dello Spirito di Hegel non vadano subordinati alle pagine dedicate alla dialettica tra servo e padrone le quali invece, in quanto lette come esordio della dimensione propriamente umana, inauguravano lʼIntroduction à la lecture de Hegel (1947) di Kojève. Rossi-Landi sembra riconoscere dunque il carattere programmatico e quasi introduttivo dellʼarticolo sulla dialettica hegeliana che infatti giusti­ficava la scelta di Thao di studiare lʼorigine della coscienza a partire dal mondo naturale e adottando interamente la prospettiva del materialismo dialettico (per maggiori dettagli si veda Thao 1974).

Alla lettera di Rossi-Landi a Pierre Boiteau e Marcel Cornu (Roma 2 gennaio 1971) segue la risposta di Antoine Spire (1946 – ) all’epoca direttore commerciale delle Éditions Sociales:

En ce qui concerne votre projet d’éditer les cinq articles publiés dans La Pensée par TRAN DUC THAO, nous vous informons que nous accueillons cette idée avec beaucoup de sympathie; nous la jugeons en effet très intéressante et nous-mêmes songeons à réaliser ce projet en France, à savoir de regrouper ces cinq articles dans un seul volume. (Lettera dattiloscritta di Antoine Spire a Rossi-Landi, Parigi 8 gennaio 1971)

Segue uno scambio tra i due concernente alcune pratiche amministrative: la stesura del contratto, il paga­mento e la cessione dei diritti (lettera dattiloscritta di Antoine Spire a Rossi-Landi, Parigi 8 gennaio 1971; lettera dattiloscritta di Antoine Spire a Rossi-Landi, Parigi 19 gennaio 1971; lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Antoine Spire, Roma 25 gennaio 1971).

Intanto, grazie ai recapiti fornitigli da Spire (lettera dattiloscritta di Antoine Spire a Rossi-Landi, Parigi 8 gennaio 1971; lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Antoine Spire, Roma 25 gennaio 1971), Rossi-Landi scrive (in tedesco) a Thao il 9 febbraio 1971:

Lieber Genosse!

Um mich gut mit Ihnen verständigen zu können, wähle ich die deutsche Sprache, weil ich sicher bin, dass Sie mich in der Sprache des Marx und des Husserl bestens verstehen werden. […]

Ich schreibe Ihnen sowohl in persönlicher Eigenschaft als Philosophie- und Sprachgelehrter als auch in Eigenschaft des Herausgebers der vierteljährlichen Zeitschrift Ideologie und als Leiter des kleinen Verlages, der sich um diese Zeitschrift herum gebildet hat. Die von mir 1967 gegründete Zeitschrift Ideologie widmet sich hauptsächlich dem theoretischen und geschichtlichen Studium und der Demystifikationen der Ideologien in der kontemporären Welt, und zwar vom Gesichtspunkt des Marxismus unserer Epoche aus gesehen. […]

Ihre Gedanken über Sprache, meinen bescheidenden Anstrengungen so ähnlich, sind so voller unentbehrlichen Entdeckungen, dass ich mich beeilt habe, für den Verlag der Ideologie die Rechte einer italienischen Übersetzung der fünf Artikel von den Éditions Sociales von Paris zu versichern. Ich hoffe dass diese bereits innerhalb dieses Jahres in einheitlicher Form mit einer Einleitung von mir herausgegeben werden können. (Lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Tran-Duc-Thao, Roma, 9 febbraio 1971)

E Thao risponde, in francese, il 27 dello stesso mese:

Je suis heureux de l’intéret et de la sympathie que vous exprimez pour mes recherches. (Lettera manoscritta di Tran-Duc-Thao a Rossi-Landi, Hanoi 27 febbraio 1971)

Velocemente comincia il lavoro di traduzione di cui è incaricato Bonaventura Menato:

[…] je vous écris, aujourd’hui, pour vous faire savoir que la traduction italienne de vos essais a été commencée et que j’ai déjà controlé le texte italien de la Première Recherche. Nous espérons d’entamer la composition typographique au mois de septembre. (Lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Tran-Duc-Thao, Roma 1 luglio 1971)

E Rossi-Landi dichiara conclusa la traduzione in una lettera del 10 agosto 1971:

La traduction est achevée. (Lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Tran-Duc-Thao, Roma 10 agosto 1971)

Nei primi mesi del 1972 la preparazione del volume era a buon punto nonostante alcuni ritardi imputabili a questioni relative alla prefazione (per maggiori dettagli si veda oltre), come Rossi-Landi scrive a Spire:

J’ai le plaisir de vous annoncer que la traduction et la préparation des essais de Tran duc Thao dont nous avons achetés les droits sont maintenant achevées et nous sommes presque prêts à paraître. Il y a eu un peu de retard du à la lenteur de la correspondence avec l’auteur au sujet d’un eventuelle introduction à son ouvrage. […]

Au plaisir de vous envoyer les six exemplaires de L’origine del linguaggio e della coscienza – tel est le titre italien concordé avec Thao. (Lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Antoine Spire, Roma 18 gennaio 1972)

Sollecitato dal vivo interesse di Rossi-Landi Thao si premura di spedire l’errata corrige, soprattutto alla luce delle particolari difficoltà tipografiche connesse all’uso del singolare simbolismo impiegato dal filosofo vietna­mita per rendere la struttura semantica del linguaggio gestuo-verbale del bambino e dei primitivi (si veda la lettera di Tran-Duc-Thao a Rossi-Landi, Hanoi 27 febbraio 1971 e la risposta di Rossi-Landi 31 aprile 1971, inoltre la lettera manoscritta di Rossi-Landi a Tran-Duc-Thao, Roma 6 aprile 1972). Ma proprio tra l’inverno e la primavera 1972 il lavoro sul volume subisce una battuta d’arresto a seguito di una lettera in cui Thao annuncia l’invio di alcune correzioni:

Ces temps derniers, je me suis mis à corriger mon texte […] Vous aurez le texte revu et corrigé dans quelques mois, probablement trois mois. (Lettera manoscritta di Tran-Duc-Thao a Rossi-Landi, Hanoi 10 marzo 1972)

Votre livre est en composition mais j’ai déjà arrêté le travail dans l’attente que le texte revu et corrigé nous arrive. (Lettera manoscritta di Rossi-Landi a Tran-Duc-Thao, Roma 6 aprile 1972)

Come si vedrà, le correzioni non arriveranno mai e il progetto editoriale si arresta a questo stadio.

3.3 | La scelta del titolo

Si deve ricordare lo scambio tra Rossi-Landi e Thao riguardante il titolo del volume perché è stato proprio Rossi-Landi a suggerire il titolo che verrà poi leggermente rielaborato per la versione francese. Interessante in questo scambio è per un verso l’obiettivo teorico degli articoli di Thao – “mes préoccupations vont surtout au problème de la conscience” – , che viene presentato in continuità con gli argomenti trattati in PMD – “en raison de mes travaux antérieurs – e per un altro alla soluzione che ne offre: “problème dont je crois avoir trouvé la solution matérialiste dans le mouvement du langage” oppure “il est montré que le langage produit la conscience”.

Sollten Sie eine Idee für den Haupttitel des Buches oder irgend einen Ratschlag haben, so bitte ich Sie, mir davon Mitteilung zu machen. Der erste Titel, der mir unverhofft in den Sinn kommt, ist Die Dialektik der Sprache. (Lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Tran-Duc-Thao, Roma, 9 febbraio 1971)

En ce qui concerne la traduction que vous avez l’intention de présenter au public italien, le titre d’ensemble auquel vous avez pensé, est sans doute séduisant. Cependant, comme en raison de mes travaux antérieurs, mes préoccupations vont surtout au problème de la conscience, – problème dont je crois avoir trouvé la solution matérialiste dans le mouvement du langage, – je vous proposerais plûtot, si vous n’y voyez pas d’objection, le titre: «Recherches sur l’Origine de la Conscience». (Lettera manoscritta di Tran-Duc-Thao a Rossi-Landi, Hanoi 27 febbraio 1971)

The title you are suggesting for your book is, of course, very interesting. We have, however, to take into account both the Italian situation and the great interest in language which is now raging all over the world. We still have plenty of time to correspond about the title. For the time being, I counterpropose to you L’Origine materialistica della coscienza e del linguaggio, that is The materialistic origin of consciousness and language. (It sounds awkward in English but lovely in Italian!) (Lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Tran-Duc-Thao, Roma, 31 aprile 1971)

En ce qui concerne la traduction de mes articles parus dans La Pensée, je crois que vous avez tout à fait raison d’ajouter le mot “langage” dans le titre. Je crois même qu’il pourrait être placé avant le mot “conscience, puisque dans le livre il est montré que le langage produit la conscience. Je proposerais donc, si vous voulez bien: “L’origine du langage et de la conscience”. Le mot “matérialiste” ne me semble pas nécessaire, vu que le point de vue matérialiste n’est que le point de vue scientifique lui-même. (Lettera manoscritta di Tran-Duc-Thao a Rossi-Landi, Hanoi 25 giugno 1971)

Le titre final de votre livre sera donc L’origine du langage et de la conscience. (Lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Tran-Duc-Thao, Roma 10 agosto 1971)

Dal punto di vista teorico, e non solo aneddotico, queste pagine sono di capitale importanza in quanto chiariscono gli obiettivi di Thao: proporre una teoria materialista della coscienza e spiegarne la formazione come risultato del movimento del linguaggio (quello che negli articoli in questione è chiamato langage de la vie réelle; per maggiori dettagli si veda oltre).

3.4 | Contenuti teorici del carteggio

3.4.1. L’omologia

Lo scambio tra Rossi-Landi e Thao verte anche su temi speculativi. Per esempio, ecco un giudizio di Thao sulla teoria dell’omologia di Rossi-Landi:

Mon ignorance complète de l’Italien ne m’a pas permis de lire vos ouvrages originaux ainsi que la revue Ideologie, et je dois avouer que je suis toujours à la recherche de quelqu’un ici, qui soit capable de les étudier. J’ai lu attentivement vos deux brochures “Linguistic alienation problems” et “Extension de l’homologie entre énoncés et outils”. La profonde originalité des vues que vous y présentez, ma fait regretter encore davantage de ne pas pouvoirs en prendre une connaissance plus précise dans vos livres, et je serai heureux de lire ceux-ci dès qu’ils seront traduits.

Vous avez ouvert des perspectives tout à fait nouvelles et certainement fécondes. Votre découverte de l’homologie entre énoncés et outils me semble une contribution considérable pour la lutte contre l’idéalisme linguistique qui sévit [?] de nos jours. […]

J’ai été également heureux de lire votre brochure sur le langage aliéné. […] Il existe incontestablement une théorie de l’aliénation chez Marx, et il ne s’agit que l’interpréter et de la développer. Le problème de l’alienation du langage est sans doute une des voies fécondes pour ce développement. (Lettera manoscritta di Tran-Duc-Thao a Rossi-Landi, Hanoi 25 giugno 1971)

Certo è che Thao riconosce come scoperta di Rossi-Landi l’omologia tra enunciato e strumento; omologia di cui Rossi-Landi aveva individuato un precursore proprio in Thao:

Sarebbe bene richiamare alla mente le approssimazioni omologiche di due autori che sono tanto originali quanto sono relativamente negletti, George Thomson e Trân Duc Thao. […] Thao fa equivalere il segno allo strumento inteso come lo sviluppo di un oggetto mera­mente intermediario. (Rossi-Landi 2016, 180-181)

Qui Rossi-Landi fa riferimento a quanto sostenuto in PMD (cf. Thao 1951: 292-295). Necessaria è però una precisazione. Per Thao il simbolismo del linguaggio umano può svolgere una funzione omologica allo strumento in quanto è dal punto di vista filogenetico il risultato dellʼinteriorizzazione del comportamento corrispondente alla produzione e uso collettivo degli strumenti, interiorizzazione che diviene carattere acquisito della specie e dunque riattivata nel corso dellʼontogenesi. In Rossi-Landi manca invece una teoria così precisa dellʼorigine dellʼomologia – si può riscontrare infatti solamente qualche accenno allʼorigine comune di lavoro e linguaggio – col rischio di pensare lʼomologia come una proprietà che in ultima istanza riposa in una definizione astratta di ogni attività umana come lavoro produttore – sia esso linguistico o non-linguistico. In altre parole per Thao, almeno in PMD, il lavoro ha un primato genetico sul linguaggio mentre per Rossi-Landi le due attività hanno in comune la stessa struttura la quale riposa in ultima istanza su alcune caratteristiche della natura umana.

3.4.2. Fonologia e idealismo

Di particolare interesse è quanto scrive Thao a proposito della fonologia:

Je pense que cette homologie [quella tra énoncés et outils proposta da Rossi-Landi] serait en particulier un argument de poids pour refuter l’interprétation idéaliste de la phonologie: en tant qu’instrument de communication, le phonème est certainement une réalité matérielle. (Lettera manoscritta di Tran-Duc-Thao a Rossi-Landi, Hanoi 25 giugno 1971)

Ogni strumento è materiale e il fonema in quanto strumento di comunicazione è materiale: con simile argomento Thao prende posizione contro “l’idealismo” linguistico e in particolare fonologico (per maggiori dettagli si veda oltre). Non è però facile individuare gli autori a cui Thao fa riferimento. Per comprendere però il senso del passaggio può essere d’aiuto citare un passo da un articolo che Thao pubblicherà pochi anni dopo:

Il est évident que cette conception, plaçant la langue sur le pur plan idéal de la conscience, la sépare complètement de l’activité matérielle des hommes dans la production sociale de leur existence. Cependant une telle théorie s’inspirait manifestement d’une psychologie qui n’est plus acceptable de nos jours: «Le caractère psychique de nos images acoustiques, dit Saussure, apparaît bien quand nous observons notre propre langage. Sans remuer les lèvres ni la langue, nous pouvons nous parler à nous-mêmes ou nous réciter mentalement une pièce de vers» (ibidem) [CLG 98-99]. En réalité on ne peut pas séparer le langage intérieur, à titre de pure opération idéale, des mouvements réels plus ou moins esquissés, de la voix et du geste. Ces mouvements s’accomplissent toujours, même quand on ne les voit pas nettement de l’extérieur. L’opération idéale ne s’accomplit que sur la base des actes signifiants matériels, et il suffit d’arrêter une partie de ceux-ci – par exemple en serrant la langue entre les dents – pour ralentir considérablement l’activité intellectuelle. […]

Le signifiant idéal, comme «empreinte psychique» vécue dans la conscience, repose donc nécessairement sur un signifiant matériel, dont cette «empreinte» est précisément la reproduction idéale, et c’est par ce signifiant matériel que le langage opère la médiation entre la pratique sociale matérielle et la vie intérieure de la conscience […] (Thao 1975, 25-26)

Si spiega così l’affermazione per cui una condizione necessaria dell’essere strumento di comunicazione è l’essere materiale: solo in quanto eseguito materialmente, attraverso il corpo, il fonema può svolgere la funzione comunicativa tra due soggetti. In termini più generali si propone qui unʼopposizione tra carattere puramente cognitivo, o computazionale, del linguaggio e carattere preliminarmente comunicativo. Non cʼè bisogno di ricordare che la fonologia praghese aveva pensato il carattere differenziale dei fonemi proprio alla luce di una definizione comunicativa del linguaggio, ma ciò che critica Thao è il primato logico assegnato allo studio dei fonemi nella loro natura astratta e psichica.

3.4.3. Il Marxismo di Althusser

Thao descrive anche il suo disappunto verso il marx­ismo di Althusser trovando l’accordo di Rossi-Landi:

Je pense que les attaques qui ont été dirigées les dernières années contre le problème de l’aliénation, notamment par Althusser et ses amis, sont tout à fait injustes. […] Je suppose que dans vos livres, dont j’attends la traduction, vous donnez la réplique à Althusser. (Lettera manoscritta di Tran-Duc-Thao a Rossi-Landi, Hanoi 25 giugno 1971)

Je suis naturellement tout-à-fait d’accord avec vous à propos de l’aliénation chez Marx, et contre l’école althusserienne [sic], que je considère une sorte d’usage bourgeois du marxisme dans un milieu gaulliste. (Lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Tran-Duc-Thao, Roma 10 agosto 1971)

Questo passaggio è di capitale importanza perché è la prima testimonianza del disaccordo tra Thao e Althusser – che era stato suo studente negli anni Quaranta come testimonia tra lʼaltro un quaderno di appunti conservato presso gli Archivi IMEC di Caen. Thao tornerà sullʼargomento solo negli anni Ottanta con un piccolo opuscolo in vietnamita rivolto contro il marxismo strutturalista di Althusser (per maggiori dettagli e un resoconto in lingua francese dellʼopuscolo cf. Thao 2013).

3.4.4. Sguardo retrospettivo sul marxismo fenomeno­logico francese degli anni Quaranta

Interessante è anche il giudizio retrospettivo espresso da Thao su PMD – con alcuni riferimenti a Sartre e Merleau-Ponty:

Vous savez que j’ai exposé dans Phénoménologie et Matérialisme dialectique comment j’ai été amené au marxisme par les contraditions théorique de la phénoménologie et de l’idéalisme en général, – en dehors de toute considération politique. Depuis, l’expérience m’a confirmé que mes recherches ne sont utiles qu’en restant sur ce plan purement théorique et scientifique. (Lettera manoscritta di Tran-Duc-Thao a Rossi-Landi, Hanoi 8 settembre 1971)

Comme vous le savez bien ce livre est tout à fait dépassé. Même la première partie est loin d’être satisfaisante. Quant à la seconde, elle contient tant d’erreurs que j’ai bien regretté de l’avoir écrite. – Au total, ce livre pourrait tout juste servir d’exemple de démarche, tout à fait insuffisante et imparfaite, pour sortir de l’impasse phénoménologique.

J’avais essayé de développer de manière radicale et systématique, et porter jusqu’à ces dernières conséquences, ce qui chez Sartre, Merleau-Ponty, etc… n’était encore qu’une tendance vélléitaire, fragmentaire et inconséquente. Ils étaient bien tentés par le marxisme, mais n’arrivaient pas, ou plutôt ne voulaient pas, rompre avec la Phénoménologie. Dans mon livre de 1951, je crois avoir fait la rupture. Cependant je n’étais pas parvenu au but. Si vous voulez j’abordais l’autre rivage, mais je n’étais pas parvenu à y mettre les pieds. D’où les formules hégéliennes: l’idéalisme “se supprime en se réalisant” et “se réalise en se supprimant”. – En réalité il me manquait d’avoir compris les indications de Marx sur le langage, comme médiation entre la pratique sociale et la conscience. [L’ultimo periodo presenta una doppia linea al margine sinistro del foglio plausibilmente ad opera di Rossi-Landi] (Lettera manoscritta di Tran-Duc-Thao a Rossi-Landi, Hanoi 27 gennaio 1972)

PMD è allora da leggere come il tentativo di rottura con il marxismo fenomenologico parigino degli anni Quaranta e allo stesso tempo come una resa dei conti con la fenomenologia husserliana. Progetto questo che però non si può dire concluso se non nella forma delle RLC in cui, come si è visto precedentemente a proposito di Kojève, Thao considera la fenomenologia alla stregua di quello che era la dialettica hegeliana rispetto alla dialettica materialistica di Marx. Tra le due dialettiche sussiste un mero rapporto di omonimia. E lo stesso vale tra i concetti allʼopera nelle ricerche sullʼorigine della coscienza di Thao e gli strumenti teorici della fenomeno­logia husserliana.

Passo importante, il precedente, in cui si mette in risalto il ruolo giocato dai brevi accenni al linguaggio fatti da Marx nell’Ideologia tedesca (MEW III: 26, 30, 330-331). Si capisce allora lʼimportanza assegnata al linguaggio a partire dagli anni Sessanta come mediazione tra vita pratica e vita di coscienza, come comportamento materiale oggettivo e sociale che può essere interiorizzato dallʼindividuo e dunque origine della coscienza. Questo costituisce infatti il nucleo teorico più originale delle RLC rispetto a PMD.

Il passo precedente appare ancor più importante se messo in relazione con quanto scrive Thao (1974, 37-38 ):

Dans Phénoménologie et matérialisme dialectique, au moment même où les contradictions internes de l’œuvre de Husserl m’obligeaient à la liquider, j’ai cru pouvoir prendre modèle sur la critique positive de Hegel par les classiques du marxisme-léninisme, pour chercher à garder dans une certaine mesure la méthode phénoménologique en la débarrassant de l’idéalisme husserlien, et la «remettre sur les pieds» en l’intégrant comme un moment dans la dialectique matérialiste. J’espérais par là mettre à la disposition du marxisme un instrument d’analyse pour entrer dans l’intériorité du vécu, et opposer ainsi une réponse constructive aux objections des philosophies du sujet. Je visais en particulier l’existentialisme, qui, du moins dans sa fraction sartrienne, voulait se placer sur le terrain même de la problématique marxiste, et tout en reconnaissant dans une certaine mesure la vérité du matérialisme historique pour le domaine des faits sociaux, lui reprochait de négliger la spécificité des problèmes de la conscience.

Ce projet s’était précisé dans mon esprit en 1950, et je rédigeai en moins d’un an la seconde partie de Phéno­ménologie et matérialisme dialectique sur «la dialectique du mouvement réel», qui devait montrer, sur quelques exemples concrets comment la phénomé­nologie pou­vait être «aufgehoben»: supprimée, conser­vée, dépassée, bref absorbée de manière positive dans le marxisme.

Cependant, dès la publication de l’ouvrage en 1951, je me sentais déjà certaine gêne du fait que la méthode ainsi définie, à savoir l’analyse vécue pratiquée sur la base du matérialisme dialectique, ne semblait donner de résultats effectifs que pour la compréhension du comportement animal exposé dans le premier chapitre de la seconde partie. […] En d’autres termes, le projet si séduisant d’une Aufhebung […] ne m’avait pratique­ment aidé en rien pour la tâche essentielle, à savoir l’analyse des réalités humaines. […]

II ne restait plus qu’à refaire tout le travail à partir du début, poser le problème non pas d’une analyse vécue, phénoménologique, de la conscience, pratiquée sur les positions du matérialisme dialectique, mais bien d’une application de la dialectique matérialiste à l’analyse de la conscience vécue, et le résoudre par son contenu même, à savoir par la reproduction méthodique du processus réel, matériel, où se constitue le mouvement de la sub­jectivité.

E in un articolo del 1975:

[le mouvement sémiotique matériel ou langage de la vie réelle] se présente comme la couche supérieure de la pratique sociale matérielle, où il jaillit nécessairement du mouvement du travail producteur et des rapports de production, dont il est l’expression matérielle. Et c’est évidemment sur cette couche supérieure de la pratique sociale matérielle que s’opère le passage de celle-ci au mouvement idéal de la conscience […] (Thao 1975, 27)

3.5. Scambio di volumi

Nel corso dei mesi, Rossi-Landi invia a Thao molti volumi:

Ich füge Ihnen einige Prospekte unserer Zeitschrift und unserer Publikationen bei; während ich Ihnen mit separater Post ein Paket mit der kompletten Kollektion der Ideologie und einigen meiner Werke zuschicken lassen werde.[…]

Ich hoffe, dass Sie diesen Brief baldigst erhalten. Ich schreibe ihn in zweifacher Ausfertigung, wovon ich das Original per normaler Post schicke, während ich die Kopie durch einige Freunde versuchen werde, nach Hanoi kommen zu lassen. Desgleichen wünsche ich mir, dass Sie auch das Paket mit den Heften der Ideo­logie und meiner eigenen Schriftwerke bald­möglichst erhalten werden. (Lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Tran-Duc-Thao, Roma 9 febbraio 1971)

Cher Camarade,

Je viens de recevoir votre lettre du 9 Février, avec les 7 premiers Numéros d’Ideologie, et je vous en remercie beaucoup. Votre revue me donne une raison de plus pour regretter profondément de n’avoir pas encore pu apprendre la belle langue de Dante et de Pétrarque. Je ferai tout mon possible pour trouver ici quelqu’un qui puisse lire vos publications et en faire un compte-rendu. (Lettera manoscritta di Tran-Duc-Thao a Rossi-Landi, Hanoi 27 febbraio 1971)

Since you speak of receiving only the first seven numbers of Ideologie, I have to inform you that actually we had sent you two packages, one contain the first seven numbers and the other containing the remaining numbers plus some of my own publications. To make sure that you have a complete collection of Ideologie, as well as my book on language as work and trade, we decided to send you two more parcels this morning. In one of them you will find also my own copy of Social Life of Early Man which I am asking you to keep as a personal present. I also included in the parcel three issues of the journal Semiotica and one issue of the journal Folia Linguistica. We have in our editorial offices a number of duplicate issues and I shall be glad to send them to you by surface mail if you are interested in receiving them.[…]

All my publications are originally in Italian, of course; however, in one of the parcels we sent you, you will also find an off-print of mine in French, «Extension de l’homologie entre énoncés et outils», a paper I delivered in Bucharest in 1967. Here, too, unfortunately, there is a big printing mistake on page 504, five lines from the bottom: instead of ʻphysique’, one should read ʻlinguistique’.

Translations of some books and essays of mine are in progress; as soon as anything is ready I will send it to you. (Lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Tran-Duc-Thao, Roma 31 aprile 1971)

Mon ignorance complète de l’Italien ne m’a pas permis de lire vos ouvrages originaux ainsi que la revue Ideologie, et je dois avouer que je suis toujours à recherche de quelqu’un ici, qui soit capable de les étudier. J’ai lu attentivement vos deux brochures “Linguistic alienation problems” et “Extension de l’homologie entre énoncés et outils”. […]

J’ai été également heureux de lire votre brochure sur le langage aliéné. […]

J’ai été très intéressé par les numéros de Semiotica et Folia Linguistica que vous m’avez si aimablement envoyés. Je vous en remercie beaucoup et, naturellement je serais heureux d’en recevoir d’autres, si vous les avez à votre disposition. (Lettera manoscritta di Tran-Duc-Thao a Rossi-Landi, Hanoi 25 giugno 1971)

Je viens de recevoir l’“Etude linguistique et sémiotique des dictionnaires français contemporains”, ainsi que les deux livres en Italien que m’avez envoyés: “Prima e dopo il centrosinistra” et “Il momento buono”. (Lettera manoscritta di Tran-Duc-Thao a Rossi-Landi, Hanoi 17 ottobre 1971)

Sous pli séparé je vous ai envoyé 7 numéros de la révue Semiotica que j’ai en double exemplaire, mon livre Dialektik und Entfremdung in der Sprache, ainsi que Semiotica e ideologia. (Lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Tran-Duc Thao, Roma 28 giugno 1973)

Di tutta risposta Thao chiede a Rossi-Landi un supporto per il reperimento di numerosi volumi la cui lista testimonia tanto i vasti interessi scientifici del filosofo vietnamita e la sua conoscenza della letteratura recente quanto della sua difficoltà di reperimento. Questo è un elemento molto utile per comprendere la stesura dei lavori di Thao, spesso parco di riferimenti bibliografici.

Pour terminer, je voudrais, si vous me le permettez, vous demander un service d’ami. J’aurais besoin, de manière urgente d’un livre: le recueil “Social Life of Early Man”, ed. by Washburn, Viking Fund Publications in Anthropology, No 31, New-York. (Je crois, sans en être tout à fait sûr, qu’il y a une seconde édition chez Aldine, Chicago). Il parait qu’il est introuvable à Paris. J’ai pensé que vous auriez, peut-être la possibilité de l’avoir par une occasion quelconque. Si c’est le cas, et si cela ne vous dérange pas trop, je vous serais très reconnaissant de bien vouloir me l’envoyer. (Lettera manoscritta di Tran-Duc-Thao a Rossi-Landi, Hanoi 27 febbraio 1971)

To make sure that you have a complete collection of Ideologie, as well as my book on language as work and trade, we decided to send you two more parcels this morning. In one of them you will find also my own copy of Social Life of Early Man which I am asking you to keep as a personal present. […] I was particularly glad that a copy of the Social Life of Early Man was immediately available to you from my own library. (Lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Tran-Duc-Thao, Roma 31 aprile 1971)

Je viens de recevoir votre lettre du mois d’Avril, ainsi que les deux paquets de livres que vous m’y annonciez et également le second paquet que vous m’aviez envoyé le mois de février. Je vous remercie beaucoup de tous ces envois. Je vous suis particulièrement reconnaissant pour le Social life of early Man que vous avez bien voulu prendre dans votre bibliothèque personnelle.[…]

Comme vous disposez d’une maison d’éditions, je voudrais vous prier, si cela ne vous dérange pas, de bien vouloir faire commander pour compte quelques livre dont j’aurais bien besoin, et qui sont assez difficiles à avoir.

Ce serait:

  1. Ruth Hirsch Wehr [Weir], Language in the Crib, Mouton-La Haye 1966
  2. Werner F. Leopold, Speech development of a bilingual child, a linguist’s record. Northwestern University. Evanston Chicago. 4 volumes. – 1939-1949
  3. Birdwhistell, Introduction to Kinesics, Washington 1952
  4. A. Capell, Some linguistic types in Australia, Sydney – 1962
  5. Washburn, The Study of human evolution London Lectures, 1968
  6. The origin of Man. New York, 1965 [vd. DeVore, P.L. 1965]
  7. Primate Behaviour: Field studies of Monkeys and Apes. – Rinehart and Winston. – New York [vd. DeVore, I. 1965]
  8. Social communication among Primates. – Altman[n] ed. – University Chicago Press – Chicago
  9. Animal Sounds and Communication – American Institute of biological science. – Washington, D.C. 1960 [vd. Lanyon & Tavolga 1960] (Lettera manoscritta di Tran-Duc-Thao a Rossi-Landi, Hanoi 25 giugno 1971)

Tous les livres que vous avez demandés sont commandés; aussi, vous recevrez des doubles de revues qui nous parviennent. (Lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Tran-Duc-Thao, Roma 10 agosto 1971)

Je vous proposerais egalement, si vous voulez bien, une nouvelle liste, limitée cette fois à des ouvrages tout à fait récents:

1) Thomas A. Sebeok and Alexandra Ramsay (Eds): Approaches to Animal Communication. Mouton. The Hague 1969

  • David Efron: Gesture and Environment. Mouton. The Hague. 1971
  • Garrick Mallery: Sign Language among North American Indians. Mouton. The Hague. 1970
  • Rudolf Kleinpaul: Sprache ohne Worte: Idee einer Allgemeinen Wissenschaft der Sprache. Mouton. The Hague 1971
  • David McNeill: The Acquisition of Language. Harper and Row. New York. 1970
  • John Napier: The roots of Mankind. Smithsonian Institution Press. Washington. 1970 (Distributed by Brogiller – New York)
  • A. and J. Altman[n]: Baboon Ecology. University of Chicago Press. Chicago. 1971
  • John H. Crook (Ed.): Social Behaviour in Birds and Mammals. Academic. London and New York. 1970
  • Michael R.A. Chance and Clifford J. Jolly: Social Groups of Monkeys, Apes and Man. Cape. London. 1970
  • David Pilbeam: The Evolution of Man. Thames and Hudson. London 1970
  • Washburn and Jay (Eds): Perspectives on Human Evolution. Holt, Rinehart and Winston. New York 1968
  • Olduvai Gorge, Vol III. Cambridge. (Il s’agit uniquement du 3è volume)

(Lettera manoscritta di Tran-Duc-Thao a Rossi-Landi, Hanoi 27 gennaio 1972)

Je viens de recevoir deux livres: Language in the Crib et Social Communication among Primates, que vous m’aviez envoyés, et je vous remercie beaucoup. (Lettera manoscritta di Tran-Duc-Thao a Rossi-Landi, Hanoi 10 marzo 1972)

Simile elenco, che potrà apparire noioso ai non addetti ai lavori, è tuttavia di capitale importanza se si considera che Thao è sempre stato parco di riferimenti espliciti alle sue letture. Certo i testi qui elencati forniscono solamente informazioni, si potrebbe dire, in negativo, dei libri che Thao non ha letto durante la stesura delle RLC. Considerati però i profondi cambia­menti che subisce la sua teoria dellʼorigine del linguaggio alla fine degli anni Settanta – e come è dimostrato dai suoi testi degli anni Ottanta – non si può escludere, benché rimanga unʼipotesi da verificare, che Thao abbia fatto tesoro di queste letture.

3.6 | Aneddoti

Non mancano poi curiosità aneddotiche. Rossi-Landi, noto amante della vela, scrive a Thao:

A la page 13 de La pensée 128, vous parlez d’un voilier, à bord duquel se trouvent trois hommes pendant qu’une tempête fait dévier le bateu de sa route. Comme je m’intéresse beaucoup à la voile moi-même, je serais heureux si vous vouliez me faire savoir le type du voilier dont il s’agissait: d’un bateau occidental avec gréage à sloop, par exemple, ou bien d’une jonque? Aussi, je suis très intéressé aux possibilités de lofer que l’on attribue aux jonques. Est-il vrai qu’une bonne jonque peut finasser aussi bien qu’un sloop Marconi? (Lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Tran-Duc-Thao, Roma 1 luglio 1971)7

E Thao risponde:

En ce qui concerne l’histoire du voilier dévié par la tempête, (La Pensée No 128), il s’agissait d’une barque très prosaïque, qui transportait des primeurs de Bretagne en Angleterre. C’était en 1938, du temps où j’étais étudiant à Paris, Je passais mes vacances en Bretagne, et j’ai eu l’idée de faire ainsi la traversée de la Manche. La tempête nous a envoyés dans l’Océan Atlantique. (Lettera manoscritta di Tran-Duc-Thao a Rossi-Landi, Hanoi 8 settembre 1971)

Rossi-Landi invia a Thao anche le foto della sua quinta figlia, Emma Fidelia Felicia Rossi-Landi, che vide la luce proprio in quel periodo. I due si scambiano dunque avvisi e giudizi sullo sviluppo comunicativo e intellettivo della piccola – e si riscontra l’unica occorrenza nota all’autore del presente contributo del nome di Lacan nell’opera di Tran-Duc-Thao:

Je suppose qu’Emma Fidelia Felicia se porte bien. Selon la théorie de Lacan, elle devrait se voir déjà dans un miroir avec des réactions de joie. Cependant ce phénomène me paraît assez rare pour un âge aussi jeune. Si votre petite fille présente déjà ce comportement je vous prie de bien vouloir me le communiquer. (Lettera manoscritta di Tran-Duc-Thao a Rossi-Landi, Hanoi 27 gennaio 1972)

Encore, je me permet[s] de vous envoyer trois photos de EEF  ?] plus jeune. Il s’agit de ma cinquième fille![…]

Le geste de l’indication n’est pas encore developpé, mais elle “indique” avec tout son corps […] (Lettera manoscritta di Rossi-Landi a Tran-Duc-Thao, Roma 6 aprile 1972)

Emma Fidelia Felicia va très bien: son langage et sa conscience sont en train de se développer en respectant les découvertes de son père et, encore plus, les vôtres. (Lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Tran-Duc Thao, Roma 26 febbraio 1973)

Comme elle aura bientôt 2 ans, je serais curieux de savoir quand, exactement, et en quelles circonstances il lui arrivera de ravaler sa salive, – au sens où l’on dit: “Il m’a bien fallu l’avaler”, . [sic] “Je n’ai pas pu l’avaler” “Il a tout avalé”, etc…

Il s’agit évidemment du premier signe de la maîtrise de soi, dans la forme de la résignation.

Le geste est marqué par le relèvement de la pomme d’Adam, au moment où l’enfant obéit à une interdiction, bien qu’à contre-coeur. Ce signe est assez commun vers 3 ou 4 ans, rarissime à 2 ans. Je pense qu’il marque déjà le niveau de 2 ans, bien que l’observation, pour cet âge, en soit extrêmement difficile. (Lettera manoscritta di Tran-Duc Thao a Rossi-Landi, Hanoi 15 aprile 1973)

Nous avons pas encore eu l’occasion de constater chez Emma Fidelia Felicia le phénomène “ravaler sa salive”; j’ai communiqué à toute ma famille les conditions précises pour cette observation. Et je ne manquerait pas de vous en faire connaître le résultat (s’il y en aura).

Dans l’attente il se peut que vous trouvez intéressant le phénomène suivant: quand elle tombe sur un obstacle qui interrompt à l’impréviste son action, même s’il s’agit d’un obstacle moral et non matériel, Emma Fidelia Felicia s’arrète [sic] sur se petites jambes, se plie en deux en avant, en arrivant presque par terre avec sa tête (elle est justement pliée en deux), elle ouvre complètement ses bras dans cette position et émet un hululement aigu et prolongé. Cet état dure quelque seconde, et ensuite ou bien elle est relevée de son embaras [sic] par l’intervention de quelque membre de la famille, ou bien elle change de position et continue à se lamenter d’une façon plus normale. (Lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Tran-Duc Thao, Roma 28 giugno 1973)

3.7 | Politica e filosofia

I rapporti tra Rossi-Landi e Thao sembrano raffred­darsi anzitutto per delle ragioni politiche. Si deve infatti sottolineare il taglio politico delle lettere di Rossi-Landi a cui non fa riscontro nessun entusiasmo o simpatia da parte di Thao:

Da ich mich an einen Nord-Vietnemiten wende, sei mir vor allem erlaubt, meine tiefste Bewunderung und Solidarität für den anti-imperialistischen Kampf auszusprechen, mit dem Ihr Volk so tief dazu beiträgt, der Geschichte der Menschheit einen neuen besseren Kurs einzupgrägen. […]

[A proposito della linea editoriale di Ideologie:] Besondere Aufmerksamkeit wird von uns den kommunistisch-antirevisionistischen Bewegungen, insbesondere denjenigen Chinas und Cubas, sowohl als auch den Wissenschaften der bürgerlichen Gesellschaft, und zwar der Demystifikation ihres neo-kapitalistischen Separatismus, geschenkt.[…]

Für die Freiheit aller Völker und aller Unterdrückten,

Ihr Ferruccio Rossi-Landi

(Lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Tran-Duc-Thao, Roma 9 febbraio 1971)

[a mano] Yours for the Revolution,

Ferruccio Rossi-Landi (Lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Tran-Duc-Thao, Roma, 31 aprile 1971)

In secondo luogo vanno ricordate le insistenti preoccupazioni di Thao concernenti una possibile prefazione al volume a firma di Rossi-Landi. Da sottolineare è il fatto che Thao esplicitamente e ripetutamente acconsente ad un articolo di presentazione politica a firma di Rossi-Landi a condizione però che non appaia come prefazione del volume.

Dans votre première lettre du mois de Février, vous m’aviez parlé d’une préface à mon livre. Comme vous le savez, je suis un simple travailleur scientifique, dévoué à la recherche de la vérité pour elle-même. Je puis dire, à l’âge de 54 ans, que je n’ai jamais eu d’autre ambition que de servir la science. Je serais donc heureux si vous vouliez bien, dans cette préface, éviter toute considération d’ordre plus ou moins politique. Je suis convaincu des bonnes intentions que vous avez à mon egard [sic] et je vous en suis reconnaissant. Cependant je pense qu’il y a intérêt, à tout point de vue, à laisser à ce livre sa forme purement scientifique et objective, en dehors de toute allusion politique.

Si vous me le permettez, je serais heureux d’avoir le texte de cette préface, avec autant que possible une traduction en anglais, ou en français, ou en allemand. Je crois, si vous n’y voyez pas d’inconvénient, qu’il serait préférable de la faire aussi brève que possible: elle pourrait même, si vous êtes d’accord, se réduire à quelques lignes, sous la forme d’un Avis de l’Editeur. – Je pense que vous serez d’autant plus à votre aise, si vous jugez ce livre digne de commentaires, pour présenter ceux-ci dans la revue Ideologie. (Lettera manoscritta di Tran-Duc-Thao a Rossi-Landi, Hanoi 8 settembre 1971)

Dans ma dernière lettre, du mois de septembre, je vous ai fait part de quelques inquiétudes pour la préface que vous m’aviez annoncée dans votre lettre du mois de février cette année. Je pense, pour des raisons que vous comprenez certainement, que ma participation aux Editions Ideologie n’est possible que sur un plan strictement scientifique, en dehors de toute considération d’ordre politique. Vous savez que nous n’avons pas les même opinions, et toute allusion politique dans la préface risquerait d’entraîner des malentendus qui feraient qu’il voudrait mieux renoncer à la publication du livre lui-même.

Je crois que le mieux serait que cette préface soit aussi brève que possible. L’idéal serait de la supprimer purement et simplement: la présentation peut très bien se réduire à quelques lignes, sous forme d’un “Avertissement de l’éditeur” ou “Avis au lecteur”, pour dire simplement qu’il s’agit de la traduction d’articles parus entre 1965 et 1970 dans “La Pensée”.

Je pense qu’en supprimant cette préface, vous serez beaucoup plus à votre aise pour dire ce que vous pensez de mon livre, dans la Revue Ideologie.

Je serais heureux d’être rassuré sur ce point, car je dois dire que je suis extrêmement inquiet. […] Je crois tout à fait nécessaire, en ce qui concerne ma participation aux Editions Ideologie, de lui assurer un caractère purement scientifique: c’est là la condition sans laquelle elle ne serait absolument pas possible.

Si donc vous jugez bon de publier cette traduction, je vous serais bien reconnaissant de la donner telle quelle, avec simplement quelques lignes, à titre d’ “Avertissement de l’Editeur”, pour la référence du texte.

Et c’est pour assurer l’avenir de nos bons rapport, que je désire que mon livre, s’il doit paraître, ne comprenne aucune préface. (Lettera manoscritta di Tran-Duc-Thao a Rossi-Landi, Hanoi 17 ottobre 1971)

Rossi-Landi non manca di rassicurare Thao:

Pour ce qui rapporte à la présentation de votre livre, je ne comprends bien non plus. C’est-à-dire, je ne comprends bien l’origine des vos préoccupation. Je ne dis pas que ce soit le cas, mais d’habitude on se préoccupe d’une telle manière seulement quand on vient de recevoir des informations fausses. De toute façon, il n’y a pas de difficultés à ne pas présenter votre livre dans une introduction scientifique, comme nous pensions de faire. Quelques mots générique suffiront au lecteur. Votre livre se recommande lui-même à tout lecteur sérieux. (Lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Tran-Duc-Thao, Roma 3 gennaio 1972)

Je suis heureux de savoir que vous êtes d’accord pour réduire au strict minimum la présentation de la traduction de mes recherches sur l’Origine du langage et de la conscience. Croyez bien que mon seul désir est de pouvoir assurer entre nous de bonnes relations sur le plan intellectuel et scientifique, indépendamment de toute considération d’ordre politique. (Lettera mano­scritta di Tran-Duc-Thao a Rossi-Landi, Hanoi 27 gennaio 1972)

A ciò si accompagna un amaro giudizio di Thao sul senso del fare politica e un disincantato giudizio sulla congiuntura storica che avrà forse raggelato gli entusiasmi politici di Rossi-Landi:

Nous vivons à une époque qui comptera sans doute parmi les plus étonnantes de l’histoire universelle. Il n’y en a pas eu en tout cas jusqu’ici, qui contienne autant de surprises. (Lettera manoscritta di Tran-Duc-Thao a Rossi-Landi, Hanoi 17 ottobre 1971)

Come è noto (cf. Papin 2013) non pochi concittadini di Thao riscontrarono atteggiamenti chiaramente paranoidi da parte del filosofo e in particolare a partire dagli anni Sessanta. Diffile dire se lʼinsistenza di Thao di cui si è appena fatta menzione nei passi sopra citati sia da attribuire alle repressioni e censure operate dal regime nord-vietnamita o da un onesto spirito scientifico. Sicuramente però lʼimmagine che se ne poteva avere dallʼesterno era senzʼaltro quella di unʼeccessiva e quasi patologica attenzione a tenersi alle larghe da qualsiasi coinvolgimento politico.

3.8 | La fine del carteggio

Thao scrive una lettera a Rossi-Landi annunciando l’invio di una nuova errata corrige:

Ces temps derniers, je me suis mis à corriger mon texte et il se trouve que les corrections vont être assez longues et nombreuses. Elles concernent à la fois la forme et le fond, et apporteront, je crois, de notables éclaircissements sur points delicats [sic]. – Vous aurez le texte revu et corrigé dans quelques mois, probablement trois mois. (Lettera manoscritta di Tran-Duc-Thao a Rossi-Landi, Hanoi 10 marzo 1972)

Un nuovo aggiornamento da parte di Thao si fa attendere. Rossi-Landi preoccupato scrive ad un collega americano – Donald V. Morano, traduttore insieme e Daniel J. Herman di PMD in inglese (vd. Thao 1986 [1951]). Fu Roberta Tomassini che consigliò a Morano di mettersi in contatto con Rossi-Landi per avere l’indirizzo di Thao (si veda la lettera dattiloscritta di Donald V. Morano a Rossi-Landi, Chicago 2 luglio 1972). Si ricordi che fu Van Breda che mise a sua volta in contatto Morano con Tomassini. Interessante scambio epistolare in cui progetti editoriali diversi si incrociano intorno alla figura misteriosa di Thao.

[…] I was waiting for urgent news from professor Trân duc Thao himself, and wanted to give you additional or at least fresh information that I expected to receive. Unfortunately he hasn’t written at all, and we may fear the worst. I am going to write to him again as soon as the war is over, and I suggest that you may do the same. (Lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Donald V. Morano, Roma 30 ottobre 1972)

Agli inizi del luglio 1972 Rossi-Landi aveva già espresso a Spire le sue preoccupazioni per la situazioni in cui probabilmente versava Thao e comunicava la neces­sità di dover ritardare la pubblicazione del libro:

Nous n’avons repondu a [à] vostre [votre] lettre du 17 avril dans l’attente de recevoir les corrections que le camarade Thao voulait apporter à ses articles. Malheuresement, elles ne sont jamais arrivées, probablement à cause de la situation terrible à Hanoi. Dans cette attente, nous avions suspendu le travail en typographie, mais en septembre il faudra bien le reprendre même si les corrections ne seront pas arrivées pendant l’êté [sic]. (Lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Antoine Spire, Roma 3 luglio 1972)

Inquieto, Rossi-Landi aspetta sino alla fine del febbraio 1973 prima di scrivere a Thao:

Depuis la réception de votre lettre du 10 mars 1972 et l’envoi de ma réponse du 6 avril de la même année, nous somme restés tous les deux sans nouvelles réciproques. […] D’autre part, en considération des difficultés dans lesquelles vous vous trouviez, ensemble avec votre peuple héroïque, à cause de la guerre, je n’osais pas vous presser. Pendant tout ce temps, on aurait pu publier votre livre sans vos corrections; mais nous avons préféré respecter votre désir et attendre. Maintenant que la guerre est finie, je vous écris dans l’espérance que me puissiez répondre tout de suite. Vous comprendrez que nous ne pouvons renvoyer davantage l’apparition de L’origine del linguaggio e della coscienza, depuis longtemps annoncé dans nos catalogues et dans la presse. (Lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Tran-Duc Thao, Roma 26 febbraio 1973)

Finalmente arriva anche l’attesa lettera di Thao:

Je viens de recevoir votre lettre du 26 Février, et je dois dire que je ne vois pas bien où se trouve le problème.

Je vous ai suggéré en Mars l’an dernier qu’il y aurait intérêt à retarder quelque peu la traduction, parce que je craignais qu’elle ne fût démodée au moment même de sa parution, ou peu après. J’avais mis en effet d’assez longues corrections à mes articles pour la réédition sous forme de livre. […]

Le texte définitif va paraître incessamment aux Edi­tions [sic] sociales, – peut-être même a-t-il déjà paru?? J’avoue en tout cas que je ne vois vraiment pas quel problème pourrait bien se poser. (Lettera manoscritta di Tran-Duc Thao a Rossi-Landi, Hanoi 15 aprile 1973)

La notizia dell’imminente pubblicazione delle RLC presso le Editions Sociales coglie di sorpresa Rossi-Landi il quale scrive a Spire:

C’est la première fois que j’apprends que les corrections ont été envoyées à Paris au lieu qu’à Rome. (Lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Antoine Spire, Roma 14 giugno 1973)

Nous pensons donc que Tran Duc Thao voulait re­prendre ces cinq articles de façon particulière et vous en­voyer des corrections spécifique. Vous pourrez d’aill­eurs constater, en ce qui nous concerne, que Tran Duc Thao nous a envoyé des corrections de détail pour les quatre numéros précités, mais qu’il a ajouté à ces quatre articles une troisième recherche [sottolineato a mano probabil­mente da Rossi-Landi; si tratta di Marx­isme et Psych­analyse contenuta in RLC] que nous avons publiée dans notre livre. (Lettera dattilo­scritta di Antoine Spire a Rossi-Landi, Parigi 21 giugno 1973)

Nous sommes restés toujours dans l’attente de recevoir directement les corrections de la parte de Trân duc Thao qui nous les avait annoncées dans sa lettre du 10 mars 1972. De plus, nous n’étions pas au courant qu’une nouvelle édition française se faisait avec même une troisieme recherche. (Lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Antoine Spire, Roma 28 giugno 1973)

3.9 | La fine del progetto editoriale

In una lettera a Thao che porta la stessa data (28 giugno) Rossi-Landi annuncia la fine del progetto adducendo come giustificazione la chiusura dell’Editore Ideologie. I toni rimangono comunque cordiali (molto spazio è dedicato alla descrizione del comportamento di Emma Fidelia Felicia):

En réponse à votre lettre du 15 avril, […], et après avoir contacté M. Spire des Editions Sociales, je vous envoies copie d’une lettre dans laquelle nous annonçons notre décision de renoncer à la publication de votre livre. (Lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Tran-Duc Thao, Roma 28 giugno 1973)

Sembrerebbe, stando al materiale custodito dal Fondo Rossi-Landi, che Thao non abbia più risposto. Si trovano invece altri documenti relativi alla fallita pubblicazione dell’Origine del linguaggio e della coscienza (si veda Lettera dattiloscritta di Antoine Spire a Rossi-Landi, Parigi 4 luglio 1973; Lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Antoine Spire, Roma 12 ottobre 1973; Lettera di Antoine Spire a Rossi-Landi, Parigi 16 ottobre 1973; Lettera di Rossi-Landi a Antoine Spire, Roma 6 novembre 1973).

Nella primavera 1973, la casa editrice Ideologie stava arrestando le proprie attività:

[…] nous somme[s] en train d’arrêter notre actitvité complètement et nous ne pouvons plus envisager de nouvelles dépenses et de nouveaux délais. Il nous semble que la seule solution possible et raisonable est celle de renoncer entièrement au projet. (Lettera datti­loscritta di Rossi-Landi a Antoine Spire, Roma 28 giugno 1973)

Nous somme en train d’arrêter notre activité et il serait dommage si un œuvre importante comme la vôtre ne recevais pas une diffusion proportionnée. (Lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Tran-Duc Thao, Roma 28 giugno 1973)

Quant à la question de l’arrêt de notre activité, je dois vous préciser qu’il ne s’agit pas de difficultés, mais d’une décision prise. Nous sommes de l’avis que la période politique dans laquelle il parassait utile de pro­duire des livre soit scientifique, soit extra­parlementaire, avec le but de conférer une conscience majeure au tourbillon des groupuscules, est une période achevée. (Lettera di Rossi-Landi a Antoine Spire, Roma 12 ottobre 1973)

Rossi-Landi, però, non vuole rinunciare alla pubbli­cazione:

Comme nous avons déjà placé beaucoup d’argent dans l’acquisition des droits chez les Editions Sociales et dans une traduction italienne très soigée, et comme cette affaire se prolonge depuis deux ans, nous nous trouvons dans la nécessité de publier le livre du camarade THAO immédiatement après l’été. Je vous serai donc très reconnaissant d’une votre réponse rapide et précise, et de l’envoi du nouveau texte français. (Lettera dattiloscritta di Rossi-Landi a Antoine Spire, Roma 14 giugno 1973)

Il progetto della traduzione non sembra arrestarsi. Le parti in causa sembrano convenire che il malinteso, nato da una mancata comunicazione tra Hanoi, Parigi e Roma, può essere agevolmente superato. Ciò consentirebbe anche di limitare i danni economici che sarebbero provocati dalla rinuncia alla pubblicazione della traduzione. Ma serve trovare un nuovo editore:

Nous vous prions tous deux [A. Spire e Tran-Duc-Thao], soit lui soit vous, de nous faire connaître si vous êtes intéressés à une offerte faite par nous directement à autre éditeur italien, de façon que la traduction puisse être utilisée, puisqu’elle est insolitement bonne pour sa fidélité et pour son bon style italien. (Lettera dattilo­scritta di Rossi-Landi a Antoine Spire, Roma 28 giugno 1973)

[…] nous vous faisons toute confiance pour contacter un autre éditeur italien qui serait susceptible de reprendre votre traduction. (Lettera dattiloscritta di Antoine Spire a Rossi-Landi, Parigi 4 luglio 1973)

J’ai contacté les Editions de De Donato de Bari et je crois qu’ils vont vous écrire dans ces jours. La plus grande difficulté pour De Donato est naturellement d’ordre économique, […].

Je tâche de m’adresser à un éditeur italien plus important que De Donato, par exemple à Einaudi; […]. (Lettera di Rossi-Landi a Antoine Spire, Roma 12 ottobre 1973)

En effet, nous pourrions confier la traduction définitive aux éditeurs italiens Riuniti qui utiliseraient, bien sûr, la traduction de M. Bonaventura Menato. […]

Au cas où les éditeurs Riuniti n’accepteraient pas l’affaire (nous avons de bonnes raisons de penser qu’ils seront intéressés), nous pourrions contacter alors Einaudi, De Donato, ou même Feltrinelli. (Lettera dattiloscritta di Antoine Spire a Rossi-Landi, Parigi 16 ottobre 1973)

Moi, je n’ai absolutement aucune objection à la possibilitè [sic] que le livre de Trân duc Thao soit publié par les Editori Riuniti, et en effet je serais très content d’une solution qui réponde aux intérêts de Thao aussi bien qu’à ceux des Editions Sociales. (Lettera di Rossi-Landi a Antoine Spire, Roma 6 novembre 1973)

Nonostante le molteplici opzioni, nessuna sembra riuscire a realizzarsi:

Nous avons reçu un télégramme et une lettre des éditions FELTRINELLI qui se proposaient de traduire l’ouvrage de Tran Duc Thao : RECHERCHES SUR L’ORIGINE DU LANGAGE ET DE LA CONSCIENCE sur la base de notre contrat du 19/01/1971 [contratto tra le Editions Sociales et Edizioni Ideologie per la cessione dei diritti per gli articoli de La pensée e non di quelli del libro del 1973].[…]

Nous avions convenu dans un échange de lettres l’an dernier que nous devions solliciter un éditeur italien. C’est ce que nous avions fait avec RIUNITI – avec votre accord –. Finalement, ce sont les éditions BOMPIANI qui ont signé le contrat afférent à cette traduction [non si riferisce alla traduzione di Menato ma una nuova traduzione delle Recherches sur l’origine du langage e della concience come si evince dalla lettera all’editore Feltrinelli del 24 luglio 1974] et nous ne pouvons absolument pas laisser des droits aux éditions FELTRINELLI. (Lettera dattiloscritta di Antoine Spire a Rossi-Landi, 24 luglio 1974)

Il Fondo Rossi-Landi non fornisce i documenti necessari a stabilire per quali ragioni neanche la tradu­zione Bompiani abbia visto la luce. In ogni caso è evi­dente che nel 1974 il progetto editoriale di Rossi-Landi è definitivamente abbandonato a causa, sembrerebbe, delle resistenze dimostrare dalle Editions Sociales. Esiste tuttavia, presso il Fondo Rossi-Landi, il dattiloscritto della traduzione, pronta per la stampa, di Bonaventura Menato e gli articoli de La pensée con appunti a mano che sono serviti da base per la traduzione.

4 | Conclusioni

Le informazioni sulla vita, le letture, gli interessi e il senso complessivo dellʼimpegno teorico di Thao durante il periodo vietnamita sono scarse e dunque oggetto di ampi dibattiti. Le notizie a disposizione non sono infatti molte. Nel carteggio che si è qui presentato, lo stile epistolare di Thao, più di quello di Rossi-Landi, ha il pregio di gettare luce su questo periodo un poʼ misterioso della biografia e del percorso intellettuale di Thao. Sicuramente lʼimmagine del pensatore isolato e tagliato fuori dai dibattiti filosofici occidentali è da rifiutare completamente. Si deve invece valutare lʼipotesi secondo la quale lʼabitudine di Thao a confrontarsi nei testi editi con autori la cui produzione non va oltre gli anni Trenta del Novecento (Marx, Lenin, Husserl, Saussure) e la totale assenza di riferimenti a dibattiti a lui contemporanei sia da leggere come una strategia argomentativa o retorica e non come indice di anacronismo o isolamento intellettuale. Rimangono però ancora da indagare le ragioni di tale scelta.

Dal punto di vista teorico, inoltre, si è accennato ad alcune importanti informazioni che possono essere tratte dallʼepistolario e che ne giustificano dunque la rilevanza non solo storica ma anche speculativa. Anzitutto i giudizi retrospettivi su PMD, il marxismo fenomeno­logico di Sartre e Merleau-Ponty e la fenomenologia husserliana offrono alcuni spunti per comprendere meglio i motivi della rottura con lʼambiente intellettuale parigino avvenuta a cavallo degli anni Quaranta e Cinquanta. Vengono poi anticipati i motivi della pole­mica con Althusser che sarà presentata in un opuscolo che vedrà la luce ben quindici anni dopo. Allo stesso modo Thao torna esplicitamente sul senso dellʼaccusa di idealismo fonologico che va letta come integrazione di quanto sostenuto nei testi pubblicati in quegli anni. Risulta infine evidente lʼimportanza che Thao assegna al linguaggio come mediazione tra pratica sociale e vita di coscienza nei suoi scritti degli anni Sessanta. Il ruolo del linguaggio nelle RLC marca infatti la differenza più rilevante – insieme al rifiuto del soggettivismo fenome­nologico – rispetto a quanto sostenuto in PMD.

Ci si può infine chiedere se sia arrivato il momento di recuperare il progetto di Rossi-Landi e rendere in questo modo giustizia tanto degli sforzi di Rossi-Landi quanto di quelli del traduttore, Bonaventura Menato. Certo la pubblicazione della traduzione di Menato richiederebbe un lavoro editoriale supplementare data la pubblicazione delle RLC nel 1973 ma ciò non scalfirebbe il debito che avremmo verso quest’opera pionieristica. Allo stesso tempo si renderebbe merito al pensiero e all’opera di Tran-Duc-Thao. E tanto più impellente si fa il bisogno di confrontarsi con la riflessione di Thao sul linguaggio, la coscienza, l’ideologia, il materialismo e il realismo in una fase intellettuale in cui i dibatti sull’origine del linguaggio, la natura della coscienza, i linguaggi animali, il nuovo realismo, il nuovo materialismo, i cento anni dalla Rivoluzione bolscevica, etc. occupano gran parte delle pubblicazioni. L’autore del presente contributo si dichiara pronto a raccogliere la sfida. Ma perché un tale compito venga portato a termine è necessaria l’intraprendenza e il senso di responsabilità di un editore che, nello spirito di Rossi-Landi, prenda a cuore il progetto, quello di una edizione italiana delle RLC.

 

Footnotes

1 Si citano qui alcuni brani inediti tratti dal fondo Rossi-Landi, in particolare i seguenti faldoni: (1) faldone muto. Titolo provvisorio: Thao. Testi e traduzione (traduzione di Menato e appunti di lavoro); (2) V4, cartella “Editions Sociales” (carteggio con A. Spire); (3) 15o, cartella “Trân Duc Thao” (contenente il carteggio con Tran-Duc-Thao). Su concessione del Fondo Rossi Landi del Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia appli­cata dell’Università di Padova. Si coglie l’occasione per ringraziare Massimo Ferrante per la sua indispensabile assistenza. Per informazioni biografiche su Thao si veda Thao (1991, 1-11, 1993), Giao (1988), Hémery (2013), Thao (2004, 2013) e Feron (2014). La maggior parte delle informazioni biografiche che verranno utilizzate in questo saggio sono tratte dalle fonti appena ricordate. Per una visione di insieme dell’opera di Thao si veda il volume curato da Benoist e Espagne (2013). Per quanto riguarda l’opera di Rossi-Landi si rimanda alla panoramica contenuta in Ponzio 2012 e Bianchi 2015.

2 Si veda Thao 1966, 1969a, 1969b, 1970. Il primo articolo corrisponde al primo capitolo delle RLC. Nel dettaglio, Thao (1966) corrisponde a Thao (1973, 11-57). Ci sono solo piccole differenze editoriali concernenti gli esempi. Invece i due articoli successivi corrispondono perfettamente ai capitoli 2 e 3 delle RLC. Nel dettaglio, Thao 1969a corrisponde a Thao (1973, 59-146) e Thao 1969b corrisponde a Thao (1973, 146-219). Allo stesso modo l’ultimo articolo (Thao 1970) corrisponde all’ultimo capitolo della seconda parte delle RLC (Thao 1973, 220-244). Nelle RLC compare anche una ricerca inedita dedicata a marxismo e psicanalisi.

3 Si veda a questo proposito Neri (1966) e alcuni articoli apparsi in Aut Aut, Picone (1972) e Tomassini (1972).

4 Per ragioni tipografiche si è deciso di rendere il sottolineato con il corsivo.

5 Rossi-Landi fa riferimento alla prefazione scritta da Pier Aldo Rovatti per la traduzione di Tomassini. Si può leggere: “Gli studi di Tran-Duc-Thao sono certamente incompleti, non sviluppati, una netta contraddizione tra la impostazione critica con cui viene avvicinata e rielaborata la fenomenologia di Husserl e l’atteggiamento acritico, dogmatico nei presupposti, che viene mantenuto nei confronti del materialismo dialettico marxista” (Rovatti 1970, vii). Medesima la posizione, per esempio, di Neri (1966, 149-163) e Ricoeur (1953, 827-836).

6 “La rivista Ideologie, trimestrale, fu fondata nella primavera del 1967 da Ferruccio Rossi-Landi e Mario Sabbatini e diretta dal primo. Fra i collaboratori, Giuseppe di Siena, Augusto Illuminati, Romano Luperini, Antonio Melis. Roma e Padova e successiva­mente anche Firenze erano originariamente le sedi redazionali della rivista, mentre l’amministrazione e la distribuzione facevano capo a La Nuova Italia. Poi intorno alla redazione della rivista si andò a poco a poco formando nella sede di Roma una piccola attività editoriale che prese la forma di una collana unitaria, accomunata alla rivista dalla impostazione teorico-ideologica di fondo […]. La rivista e la collaterale attività editoriale cessarono nel 1972” (Ponzio 2003-2004, 73)

7 “Ainsi, j’ai vu un jour sur un bateau, au moment où nous arrivions en vue de la côte, un marin, qui se tenait tout seul à l’avant, lever le bras et pointer l’index vers la terre. Il resta ainsi un long moment, immobile comme une statue. Son geste ne pouvait s’adresser qu’à lui-même : il s’indiquait la terre à lui-même. Nous sortions d’une tempête qui avait fait dévier le bateau de sa route. Sans doute la durée anormale du voyage avait-elle rendu le marin impatient de revoir la terre. Quand la côte est apparue, l’émotion lui a fait achever le geste qui normalement n’est qu’à peine esquissé.” (Thao 1966, 13).

La semiologia dialettica di Trần Đức Thảo: alcune considerazioni su Saussure, fenomenologia e strutturalismo

Durante gli anni Quaranta e Cinquanta Trần Đức Thảo (Từ Sơn, Bắc Ninh, 26 settembre 1917 – Parigi 24 aprile 1993) era considerato come uno dei più acuti interpreti della filo­sofia husserliana (si vedano per esempio i giudizi espressi da Barthes 1951, Cavaillès in Israël 2005, 57, Althusser [1992] 1995, 176, Lyotard [1954] 1991, 51 nota 2, Derrida [1962] 1989, 65, Ricœur 2004, 168). Benché gli esperti di feno­me­nologia spesso non manchino di citare alcuni lavori di Thao, la sua opera è «no longer discussed today» (Derrida 2004, 117, ripreso da Herrick 2005). Inoltre la (relativa­mente) nota riflessione di Thao sulla filosofia di Husserl può essere diffi­cilmente isolata dalla più generale ricerca che egli ha condotto sulle origini del linguaggio, la quale ha purtroppo solo di rado attirato l’attenzione degli studiosi (fanno eccezione Federici 1970, Caveing 1974, Haudricourt 1974, Frédéric 1974, Bari­beau 1986, McHale 2002, Herrick 2005). Le pagine che se­guono possono perciò incontrare l’interesse degli studiosi di fenomenologia. Ma, come si vedrà, sono sopra­ttutto le critiche che Thao rivolge alla linguistica saussuriana a offrire degli spunti per riportare alla luce un capitolo importante delle interazioni fra linguistica e fenomenologia.

Poco prima della sua partenza per il Vietnam nel 1951, dove rimarrà pressoché ininterrottamente fino al 1991, Thao raccoglie e pubblica alcuni risultati delle sue ricerche sulla fenomenologia condotte durante i suoi studi parigini del decennio precedente1. Phénoménologie et matérialisme dialec­tique (1951; da ora in poi PMD) è diviso in due grandi parti2. La prima – che porta il titolo La méthode phénoménologique et son contenu effectivement réel – sarebbe stata composta, secondo quanto ci dice l’autore, tra il 1942 e il 1950. Nel complesso si tratta di un’introduzione alla fenomenologia hus­serliana e un’esposizione dei contenuti essenziali della fenomenologia «d’un point de vue purement historique» (Thao 1951, 5).

Thao (1951, 7) attribuisce alla fenomenologia husserliana l’etichetta di «idéalisme phénoménologique». Idealismo va qui inteso come la posizione filosofica per la quale la realtà cono­scibile andrebbe studiata in rapporto all’attività cognitiva del soggetto. Un simile assunto implica che la realtà materiale e la dimensione spirituale sarebbero essenzialmente differenti. Concetti, idee e altre entità mentali non avrebbero dunque nessun tipo di relazione genetica con la materia. Thao, tutta­via, non liquida con questa osservazione la complessità della riflessione husserliana e si impegna invece in un’analisi pun­tuale di alcune opere di Husserl, edite o ancora inedite, allo scopo di delineare una sorta di sviluppo dialettico del pensiero del filosofo.

L’idealismo fenomenologico entrerebbe infatti in contra­ddizione, a detta di Thao, con l’analisi dei vissuti proposta sin dalle Logische Untersuchungen (1900-1901, Hua XIX) in cui si affermava che tutte le predicazioni presuppongono una percezione ante-predicativa come loro condizione di verità. Questa tesi sarebbe stata sviluppata poi nelle Ideen (Hua III.1) – soprattutto quando viene presa in considerazione la realtà sensibile come lo sfondo originale a partire dal quale si costituiscono valori e fini – e negli ultimi scritti husserliani (in particolare Formale and transzendentale Logik, Hua XVII, Cartesianische Meditationen, Hua I, Die Krisis der europäischen Wissenschaften, Hua VI, e il noto manoscritto sull’origine della geometria ora Appendice III al § 9 della Krisis) in cui il metodo genetico e le analisi storico-intenzionali mos­trano come l’universale si costituisca nel movimento reale del tempo. Per un verso, dunque, la fenomenologia husserliana sarebbe un idealismo fenomenologico, una filosofia dualista per la quale lo iato ontologico fra coscienza e realtà materiale sarebbe incolmabile. D’altro verso, però, si possono trovare elementi che indicano come il mondo sensibile e la storia non siano un semplice sostrato indifferente alle significazioni vissute dalla coscienza.

Nella misura in cui l’obiettivo di Thao è quello di de­scrivere – all’interno di una prospettiva monista – il sorgere della coscienza dalla materia, nessuna forma di dualismo può essere difesa. Tuttavia questa non sarebbe una ragione sufficiente per rifiutare in toto la filosofia di Husserl. Thao ammette infatti che alcune nozioni e ricerche condotte da Husserl potrebbero essere felicemente integrate nel suo progetto teorico. Si tratta soprattutto dell’analisi dei vissuti esposta nel secondo volume delle Ideen (Hua IV), in cui si mostra come la dimensione psichica individuale corrisponda all’esperienza della vita animale e come la stessa costituzione trascendentale seguirebbe un percorso che va dalla materia alla vita e dalla vita allo spirito nel senso di esistenza sociale (id., §§ 1-34). Tenendo presente l’adesione filosofica, prima ancora che politica, di Thao al materialismo dialettico – come indicato dal titolo stesso del suo saggio – si capisce anche perché ci tenga a salvaguardare le analisi del vissuto condotte dalla fenomenologia. Il materialismo dialettico non riguarda solamente la storia umana – come il materialismo storico – ma abbraccia anche il mondo naturale. Si ricordi infatti che Thao (1946a) utilizzava ancora la formula materialismo storico mentre Thao (1949) comincia ad utilizzare materialismo dialettico per segnalare la sua adesione ad una prospettiva filo­sofica di più ampio respiro. Per un verso Thao non considera dunque il materialismo dialettico una radicale alternativa alla filosofia husserliana ma cerca di integrare alcuni spunti delle fenomenologia all’interno di una prospettiva materialista spesso accusata di sottovalutare la dimensione soggettiva. Per un altro è solo mostrando l’origine corporea dei vissuti che la fenomenologia può trovare la sua piena realizzazione: «les analyses phénoménologique concrètes ne peuvent prendre tout leur sens et se développer pleinement que dans l’horizon du matérialisme dialectique» (Thao 1951: 9).

La seconda parte di PMD mette in pratica simile assunto. Lo scopo di Thao è quello di rendere ragione del pensiero e della specifica forma di coscienza osservabile nell’uomo all’interno di una prospettiva monista e più specificatamente materialista. Si delinea qui, per la prima volta, un progetto che impegnerà Thao per il resto della sua vita, vale a dire una descrizione delle dinamiche naturali e storiche che hanno guidato l’evoluzione dagli organismi monocellulari al genere umano. In questo senso PMD sembra essere la continuazione, con altri mezzi, della Dialektik der Natur di Engels (MEW XX, 305-570).

E in questo contesto, Thao giudica particolarmente fecon­de per la sua ricerca le indicazioni di Husserl sulla struttura della coscienza. Thao sembra così operare un in­teressante tentativo di naturalizzazione della fenomenologia husserliana (Benoist 2013): muovendo dall’assunto che la co­scienza sorge dalla materia inorganica e passa gradualmente attraverso diversi stadi – grosso modo corrispondenti al passato evolutivo della nostra specie e alle abilità osservabili in specie ancora esistenti – Thao propone di interpretare i dati provenienti dalle scienze biologiche alla luce delle consi­derazioni di Husserl sui modi dell’esperienza ante-predicativa. In tal senso, per citare qualche esempio, Thao descrive lo sviluppo senso-motorio dai protisti agli antropoidi seguendo sia la sequenza evolutiva dei comportamenti (attrazione, repulsione, contrazione, spostamento riflesso, locomozione, etc.) sia le significazioni vissute corrispondenti a quei compor­tamenti (impressione, sensazione, campo sensoriale, oggetto-fantasma, etc.).

Nel lungo periodo trascorso in Vietnam (1952-1991), le ricerche di Thao ruotarono intorno alle origini del linguaggio e della coscienza, entrambi considerati ormai come due processi inseparabili. Alcuni dei suoi risultati vennero pubbli­cati nella rivista francese La pensée. Questi articoli, insieme ad alcune ricerche inedite, presero poi la veste editoriale delle Recherches sur l’origine du language et de la conscience (1973, da ora in poi RLC)3. Il volume è composto da tre ricerche: la prima, come recita il titolo, indaga il «mouvement de l’indi­cation comme forme originaire de la conscience», la seconda è dedicata alla formazione della sintassi e della semantica pro­posizionale e la terza ai rapporti fra marxismo e psicanalisi e più nello specifico all’origine filogenetica del complesso di Edipo.

In PMD il linguaggio giocava senz’altro un ruolo impor­tante nella descrizione dello sviluppo delle capacità cognitive specifiche del genere umano ma nel complesso Thao lo riduceva ad una copia, registrazione o riflesso della struttura della vita pratica. Diversa è la situazione nelle RLC dove la rilevanza del linguaggio nella formazione della coscienza è evidente già nel titolo dell’opera. Per Thao, infatti, il lingua­ggio non è semplicemente espressione della coscienza ma è «consciousness itself» (Federici 1970). E in questo modo Thao prende decisamente le distanze, o almeno così sostiene di fare, dalle premesse della fenomenologia husserliana e in particolare dalla teoria dell’esperienza ante-predicativa e non linguistica che lui stesso aveva esposto in PMD (Thao 1951, 401-410). E non a caso, Thao considera ora il materialismo dialettico come soluzione da opporre alla fenomenologia.

Nelle RLC Thao descrive l’emergere del linguaggio come fatto sociale incorporato originariamente nelle pratiche collet­tive e cooperative. Illustra poi come il linguaggio sia diventato progressivamente uno strumento a disposizione dell’individuo e un eccezionale supporto per lo sviluppo della cognizione umana. Generazione dopo generazione, dall’australopiteco all’uomo di Neanderthal, le abilità prag­matiche di interazione con l’ambiente fisico e sociale così come le capacità linguis­tiche e cognitive divennero sempre più sofisticate accompa­gnando, sostenendo o causando le corrispondenti modifica­zioni anatomo-fisiologiche. Data la centralità nelle RLC tanto della vita pratica (chiamata travail) quanto della materia (corporea, fisico-ambientale e sociale) risulta dunque evidente l’obiettivo di Thao: proporre una teoria materialistico-dialettica dell’origine filogenetica del linguaggio e della coscienza.

Tra il 1974 e il 1975 Thao pubblicò un saggio apparso in due numeri non successivi della rivista francese La Nouvelle Critique col titolo De la phénoménologie à la dialectique maté­rialiste de la conscience. Benché segua la pubblicazione delle RLC, questo saggio può essere letto come una sorta di introduzione bio-bibliografica, metodologica e tematica alle RLC.

Anzitutto Thao descrive il cambiamento della sua perso­nale valutazione della fenomenologia dopo la pubblicazione di PMD. Nel suo primo saggio voleva infatti offrire al materialismo dialettico uno strumento, la fenomenologia, per l’analisi dell’esperienza vissuta e allo stesso tempo rivendicare una lettura della filosofia husserliana che si opponesse all’esistenzialismo allora dominante in Francia. Per questo motivo Thao sostiene che il primo capitolo della seconda sezione di PMD – dedicato all’origine biologica della coscienza – voleva essere un esempio del modo in cui la ricerca fenomenologica poteva essere assimilata al material­ismo dialettico.

Thao scrive che all’epoca della stesura di PMD era convinto che la nozione hegeliana di Aufhebung gli avrebbe consentito di giustificare metodologicamente quella opera­zione teorica. In altre parole Thao voleva mostrare come la fenomenologia fosse stata abolita, conservata e superata dal materialismo dialettico. Negli anni Sessanta Thao prende decisamente le distanze da simile logica. In quanto rappresenta il più chiaro e coerente modello di «réflexion subjective» (Thao 1975, 24), la fenomenologia husserliana non può che essere rifiutata. Con riflessione soggettiva Thao intende, seguendo in questo Materialismo e empiriocriticismo (1908) di Lenin, ogni teoria della conoscenza che escluda dal proprio orizzonte di ricerca il rapporto materiale tra soggetto e oggetto esterno a e indipendente dalla mente. E, secondo Thao, in questa direzione andava la distinzione husserliana tra noesis (atto intenzionale) e noema (oggetto intenzionale) la quale per l’appunto ignorava, all’interno del processo conoscitivo, il ruolo del mondo materiale esterno (Hua IV, §§ 87-127). Il noema infatti non sarebbe l’immagine dell’oggetto reale il quale esisterebbe al di fuori del soggetto conoscente e con il quale soggetto conoscente entra in rapporto prima di qualsiasi vissuto intenzionale. Il noema esaurisce invece la realtà dell’oggetto conoscibile (Hua IV, §§ 87-96). Thao assimila in questo modo la teoria della conoscenza di matrice husserliana all’empiriocriticismo preso di mira da Lenin in Materialismo e empiriocriticismo. Per gli empiriocriticisti (Avenarius, Mach, Bogdanov, etc.) – mettendo da parte le differenti declinazioni del problema – la conoscenza del mondo passa per la conoscenza di complessi di sensazioni che solo idealmente fanno riferimento all’esistenza di corpi esterni.

Thao osserva dunque che facendo coincidere l’oggetto della mente (immagine, idea, rappresentazione, etc.) con l’oggetto reale conoscibile e conosciuto, Husserl avrebbe sostenuto una tesi anti-realista. Il materialismo dialettico, al contrario, implica un’epistemologia per cui la sensazione è manifestazione di una interazione reale e materiale con oggetti esterni indipendenti dal soggetto conoscente – le cui sensa­zioni ne sono per l’appunto le immagini. In altre parole «la réalité objective est donnée à l’homme dans ses sensations qui en sont l’image» (Thao 1975, 24).

Per Thao la coscienza sarebbe il prodotto sia di una deter­minata conformazione anatomica (soprattutto la postura bi­pede), sia di certi meccanismi neuro-fisiologici (da collocare nel cervello), ma soprattutto delle particolari caratteristiche della vita associata che hanno contraddistinto l’evoluzione del genere homo. Il nome che viene dato a queste ultime è quello di «comportament matériel» (come in Thao 1973, 35). Con ques­ta formula bisogna intendere l’insieme dei comporta­menti che ogni membro di un gruppo sociale intrattiene con gli altri membri e con l’ambiente fisico in un momento dato. Fra questi compor­tamenti Thao annovera nelle RLC, come si vedrà, anche il linguaggio. Nei suoi primi stadi il linguaggio era com­posto di gesti e vocalizzazioni. Fra di essi c’era anche il gesto di indica­zione che per Thao rappresenta il segno che ha inaugu­rato un rapporto completamente diverso con l’am­biente fisico. Il gesto di indicazione (soprattutto se eseguito a distan­za) che i nostri pre­decessori ominidi si scambiavano nel corso di attività cooperative al fine di orientare la loro atten­zione su oggetti o eventi ritenuti degni di interesse deve essere visto come la condizione di possibilità di un inedito rapporto intenzionale con l’oggetto.

Indicare sistematicamente un oggetto degno di interesse per richiamare l’attenzione di altri implica la credenza nell’esistenza di un mondo esterno indipendente dal soggetto (quel realismo ingenuo che secondo Lenin sarebbe giustificato solo dal materialismo dialettico). Così Thao (1975, 25) scrive: «Ce geste est donc le mouvement matériel constitutif de l’intenionalité effectivement réelle de la conscience prise dans sa forme la plus fondamentale, ce par quoi la conscience de l’objet dans sa réalité objective, comme existent hors du sujet et indépendamment de lui».

La critica alla riflessione soggettiva husserliana continua su un altro fronte argomentativo. Al contrario di quanto avrebbe sostenuto Husserl nella quinta delle Méditations cartésiennes (1931, Hua I) insieme all’intera tradizione razionalista, Thao (1975, 27) non pensa che l’autocoscienza sia il risultato del solipsistico rapporto dell’ego con se stesso. È bensì la relazione con gli altri, dei quali ogni individuo porta in sé l’immagine come traccia delle esperienze sociali effettive, a definire la possi­bilità per l’individuo di diventare consapevole di sé in quanto individuo (come era stato anche per Marx, MEW XXIII, 67).

La critica all’idealismo condotta da Thao non si rivolge solo alla fenomenologia husserliana ma investe anche la teoria semiologica di Saussure. Si tenga presente, in via preliminare, che Thao ignorava la vicenda editoriale che ha portato alla pubblicazione del Cours de linguistique générale (1916, da ora in poi CLG). Come è noto il CLG non è un’opera di prima mano di Saussure ma il risultato di un rilevante lavoro editoriale compiuto dopo la sua morte a partire da materiale molto eterogeneo. Dunque Thao indirizza le sue critiche direttamente a quello che considerava l’unico autore del testo, Saussure appunto.

L’aspetto più interessante degli argomenti proposti da Thao è la denuncia del mentalismo e dell’idealismo che accomunerebbe il linguista ginevrino a Husserl. Procedendo per gradi, però, si deve ricordare anzitutto che Thao ha un obiettivo preciso: delineare i contorni di una semiologia generale che gli consenta di descrivere lo sviluppo e l’evolu­zione del linguaggio. Per simile motivo egli presenta il suo progetto semiologico come un antidoto all’eccessivo rilievo accordato da Saussure alle nozioni di arbitrarietà e valore.

Quella coppia di nozioni faceva parte in effetti dei concetti chiave di un movimento intellettuale che godeva nella Francia degli anni Sessanta di un grande successo (Dosse 1991, 1992). «En 1964, je reçus les premiers échos des succès retentissants du structuralisme dans les pays occidentaux. L’étude du Cours de linguistique générale de Ferdinand de Saussure s’imposait comme une nécessité urgente» (Thao 1974, 39)4. Lo studio del CLG condurrà Thao a prendere una direzione completamente diversa dai lettori strutturalisti di Saussure (Puech 2013, Chiss et al. 2015, Léon 2013)5. Se alcuni cosiddetti strutturalisti avevano messo in luce nel testo un modello semiologico centrato sulla langue come fatto psichico, sovraindividuale, un sistema composto di elementi oppositivi e differenziali, Thao cerca nel CLG le tracce di una semiologia possibile non più centrata su un modello linguis­tico. In particolare, Thao prova a riabilitare i segni motivati rifiutando di prendere l’arbitrarietà dei segni linguistici come metro di paragone per giudicare di qualsiasi tipo di segni.

Saussure (1995, 100) introduce il principio dell’arbitraire du signe per descrivere la relazione non motivata che sussiste tra le due facce del segno linguistico, significante e significato. Saussure (1995, 100-101) pensava che la linguistica dovesse far parte di una più generale scienza dei segni chiamata «sémiologie». E la linguistica avrebbe dovuto occupare un posto di primo piano all’interno di quella scienza: «la lin­guistique peut devenir le patron général de toute sémiologie, bien que la langue ne soit qu’un système particulier». Infatti la semiologia ha per oggetto «l’ensemble des systèmes fondés sur l’arbitraire su signe» e «les signes entièrement arbitraires [i segni linguistici] réalisent mieux que les autres l’idéal du procède sémiologique».

Thao non si ritiene soddisfatto di simile classificazione e si impegna, di conseguenza in un’analisi puntuale della natura tanto dei segni non completamente arbitrari quanto della motivatezza intrinseca ai concreti eventi di parola. Thao (1974, 42) chiama il suo progetto «sémiologie dialectique». L’oggetto di simile semiologia sarebbe il «système général des signes intrinsèques, ou esthétiques» (40), cioè il sistema dei segni motivati che offrono direttamente all’intuizione sensibile il loro contenuto significativo. Fra di essi si possono annoverare, a titolo d’esempio, l’intonazione, la scelta delle parole, le inversioni, i gesti, la mimica facciale, l’indicazione, i riti, i simboli, i processi figurativi (disegni e altre rappresentazioni grafiche), etc. Nel caso dei gesti di indicazione, il significante (per esempio il movimento degli arti) non è certo privo di rapporto motivato con il significato, anzi Thao arriva a sostenere che è il significante stesso a produrre il significato. Con la rivalutazione dei segni non completamente arbitrari Thao ribadisce l’importanza dell’esecuzione fisica dei segni in quanto è quest’ultima che offre all’osservatore la possibilità di inferire il significato di un segno.

La significazione che caratterizza questo tipo di segni è definita «fondamentale» in quanto è la condizione indispen­sabile della significazione arbitraria (Thao 1974, 40). La signi­ficazione fondamentale dei segni intrinseci o estetici, infatti, si basa sulla loro «structure matérielle»: il significante produce il suo proprio significato mostrandolo già a livello percettivo. E per questa ragione Thao preferisce il termine «signifié tendentiel» a signifié. Inoltre questi segni sono la «expression spontanée» della pratica sociale e dunque riflettono «directe­ment les conditions matérielles de la pratique sociale et par là-même la réalité objective du monde extérieur».

Thao conserva dunque il termine segno ma lo priva di quello che sembrava il suo attributo più importante, l’arbi­trarietà. In questo modo, ciò a cui Thao sembra pensare ricorda la descrizione che Saussure diede del «symbole». Dopo aver introdotto il principio dell’arbitrarietà, Saussure (1995: 100-101) menzionava infatti l’esistenza di «signes entièrement naturels» come la pantomima e le formule di cortesia la cui caratteristica è di non essere completamente arbitrari. Questo tipo di segni non rientra fra quelli di cui si occupa la linguistica ma la semiologia, l’unica a potersi occupare di quei segni «doués souvent d’une certaine expressivité naturelle».

«Le symbole a pour caractère de n’être jamais tout à fait arbitraire», scrive Saussure, «il n’est pas vide, il y a un rudi­ment de lien naturel entre le signifiant e le signifié». Thao (1974, 39) menziona questo passaggio del CLG al fine di chiarire la sua idea di segno: per lui la significazione dei segni intrinseci non dipende né dalla nozione di valore né da quella di arbitrarietà bensì dalla produzione segnica così come si presenta nella vita pratica, nel «mouvement sémiotique matériel». Di conseguenza, egli non trascura né le espressioni paralinguistiche né i fenomeni sovrasegmentali e nemmeno la concretezza degli atti di parola. Difatti Thao considera il sistema dei segni intrinseci come la condizione di possibilità dei sistemi segnici arbitrari – dei quali il massimo esempio sarebbe il linguaggio convenzionale delle discipline scien­tifiche – al punto che anche il linguaggio quotidiano risulterebbe incomprensibile senza il sostegno di espressioni paralinguistiche.

La semiologia di Saussure è viziata, secondo Thao, da un assunto idealista. Per Saussure (1995, 155) il pensiero prima del linguaggio sarebbe una «masse amorphe et indistincte». La langue ordina il flusso del pensiero articolandolo in segmenti psichici (significati e significanti). Agli occhi di Thao (1974, 41) questa, più che essere una «théorie linguistique de la signification verbale» (cioè una semantica) sarebbe una «théorie gnoséologique du concept» (cioè una teoria della conoscenza). I segni linguistici sarebbero infatti la condizione di possibilità del pensiero razionale e della conoscenza. Ne consegue che anche il pensiero, per essere tale, non avrebbe bisogno di nessun aggancio al mondo sensibile, corporeo e materiale esterno al soggetto conoscente. In altre parole, Saussure cadrebbe nello stesso errore di Husserl, vale a dire farebbe coincidere l’oggetto del pensiero (in questo caso i segni) con l’oggetto reale di ogni conoscenza.

L’idealismo di Saussure risulterebbe particolarmente evidente, secondo Thao, qualora si valutino con attenzione tutte le implicazioni che possono essere tratte dalla nozione di valore e in particolare la coincidenza di valore e significato. È bene ricordare che Saussure (1995, 158) aveva esplicitamente rifiutato una tesi del genere6:

Quand on parle de la valeur d’un mot, on pense généralement et avant tout à la propriété qu’il a de représenter une idée, et c’est là en effet un des aspects de la valeur linguistique. Mais s’il en est ainsi, en quoi cette valeur diffère-t-elle de ce qu’on appelle la signi­fication? Ces deux mots seraient-ils synonymes? Nous ne le croyons pas, bien que la confusion soit facile […].

Per Saussure ogni segno ha un valore che dipende dalle relazioni che esso intrattiene con gli altri segni del sistema linguistico. «Dans l’intérieur d’une même langue», scrive Saussure (1995, 160), «tous les mots qui expriment des idées voisines se limitent réciproquement». Difatti, come si è visto, i segni non servono a esprimere idee preesistenti ma al contrario sono i concetti a essere influenzati dai rapporti esistenti fra i segni. Essi «sont purement différentiels, définis non pas positiviement par leur contenu, mais négativement par leurs rapports avec les autres termes du système» (id., p. 162). Agli occhi di Thao, se il significato di un segno dipende dal rapporto oppositivo che il segno intrattiene con gli altri segni, allora nessun segno può avere un significato per se stesso. Sarebbero così esclusi dal campo dei segni linguistici tutti i segni motivati in cui, si è detto, è il significante a produrre il significato indipendentemente dalla lingua di riferimento.

Thao prende così di mira la concezione autonomista del significato che Saussure sembra sostenere7. Se in qualche modo la significazione dipende dal valore linguistico, il significato di un segno linguistico può essere chiarito solo dal riferimento alla relazione che esso intrattiene con gli altri segni del sistema. Quindi, secondo l’esempio che fa lo stesso Saussure (1995, 160-161) se qualcuno chiedesse del signifi­cato del verbo francese redouter (temere), la risposta dovrebbe essere che esso dipende dall’opposizione che quello intrattiene con craindre, avoir peur, etc. Ma una spiegazione del genere, sottolinea Thao, oltre a manifestare un circolo vizioso, pre­suppone già la conoscenza del significato di quei termini.

È interessante notare a questo proposito che Thao critica la nozione saussuriana di valore seguendo lo schema della critica alla teoria mercantilista messa a punto da Marx nel Kapital (1867, MEW XXIII, 49-160)8. Come il valore economico di una merce non dipende dallo scambio, così il valore di un segno non dipende dalle relazioni che esso intrattiene con gli altri segni del sistema. Senza un riferimento al mondo concreto della produzione, nel caso delle merci, e al mondo concreto della comunicazione, nell’altro caso, nessun tentativo di spiegazione del valore può andare a buon fine. Per questo Thao riconduce il significante psichico di cui aveva parlato Saussure alla sua origine materiale, cioè al significante gestuo-verbale concreto eseguito durante le attività pratico-collaborative. E questo è il nucleo di quella che può essere considerata la nozione chiave di tutta la semiologia di Thao, vale a dire le langage de la vie réele.

Saussure (1995, 98) aveva sostenuto che «le signe lin­guistique unit non une chose et un nom, mais un concept et une image acoustique». E l’image acoustique (significante) «n’est pas le son matériel, chose purement physique, mais l’empreinte psychique de ce son, la représentation que nous en donne le témoignage de nos sens». In tal senso, Saussure aveva difeso l’idea che la natura mentale del segno dipendesse da precedenti esperienze percettive. Tuttavia la linguistica della langue deve prendere in considerazione il solo aspetto psichico dei fenomeni linguistici. Al contrario Thao non smette di ricordare come il «modelage du signifiant sur le conditions matérielles de la pratique sociale» (Thao 1974, 42) – cioè il concreto atto semiotico così come ha luogo nella vita pratica – rimanga il punto di partenza imprescindibile per spiegare qualsiasi evento psichico.

Thao (1975, 26-27) cita Husserl e le nozioni di noema e noesis allo scopo di spiegare la natura psichica del significato e del significante descritta da Saussure. Per quest’ultimo, l’oggetto della linguistica non sarebbe, scrive Thao, il concreto atto di parole bensì il sistema di segni arbitrari considerato nella sua natura psichica (langue). Quindi Thao afferma che l’immagine fonica (significante) non sarebbe molto diversa dalla noesis e il concetto (significato) potrebbe essere ricondotto al noema. In altre parole, la teoria husserliana della relazione noetico-noematica non differirebbe essenzialmente dalla descrizione saussuriana dei segni dal punto di vista della langue. In entrambi i casi si tratterebbe infatti dell’ interiorizzazione psichica di un rapporto intenzionale effettivo e corporeo.

Thao si impegna così nella dimostrazione che tanto la noesis che il noema – e lo stesso vale per il significato e il significante – non sono altro che il correlato psichico del movimento semiotico materiale. Quest’ultimo si presenta anzitutto come comportamento semiotico oggettivo – cioè sociale, corporeo e preconscio – che sorregge le attività pratiche e collettive di una data comunità. In quanto complesso di segni gestuo-verbali motivati, condivisi dal gruppo e radicati al contesto nel quale vengono prodotti, il sistema di segni intrinseci precede e supporta l’emergere delle capacità cognitive individuali, la coscienza e i correlati psichico-semiotici.

Secondo Thao (1975) la natura psichica del significato-noema e del significante-noesis è il risultato dell’in­teriorizzazione da parte dell’individuo di una pratica sociale che ha anzitutto una valenza corporea e sociale. Seguendo in questo Marx e Engels (MEW III, 11, 26 e 30-31), Thao sostiene che la coscienza – tanto nel senso fenomenologico quanto in quello psicologico di consapevolezza – non è un dato originario bensì l’epifenomeno di pratiche sociali lavo­rative e linguistiche. E come Marx ed Engels, Thao chiama l’insieme delle pratiche linguistiche incorporate nelle attività pratiche e sociali «langage de la vie réelle» (Sprache des wirklichen Lebens). A questo proposito può essere utile citare – tralasciando però un commento dettagliato – i due passi della Deutsche Ideologie (1845) in cui i filosofi tedeschi ave­vano introdotto quella nozione:

Die Produktion der Ideen, Vorstellungen, des Bewußtseins ist zunächst unmittelbar verflochten in die materielle Tätigkeit und den materiellen Verkehr der Menschen, Sprache des wirklichen Lebens. Das Vorstellen, Denken, der geistige Verkehr der Menschen erscheinen hier noch als direkter Ausfluß ihres materiellen Verhaltens. (MEW III: 26)9

Aber auch dies nicht von vornherein, als „reines“ Bewußtsein. Der „Geist“ hat von vornherein den Fluch an sich, mit der Materie „behaftet“ zu sein, die hier in der Form von bewegten Luftschichten, Tönen, kurz der Sprache auftritt. Die Sprache ist so alt wie das Be­wußtsein – die Sprache ist das praktische, auch für andre Menschen existierende, also auch für mich selbst erst existierende wirkliche Bewußtsein, und die Sprache ent­steht, wie das Bewußtsein, erst aus dem Bedürfnis, der Notdurft des Verkehrs mit andern Menschen. (id., p. 30)

L’impiego che Thao fa della nozione di linguaggio della vita reale nelle sue RLC rivela la sua intenzione di descrivere un sistema semiotico che più che essere un insieme di mezzi di comunicazione o un insieme di espressioni linguistiche arbi­trarie è in realtà un mezzo di produzione e di orga­nizzazione della vita pratica. Esso regolerebbe semioticamente le inter­azioni con l’ambiente sociale e fisico in funzione della pro­duzione e riproduzione delle condizioni materiali d’esis­tenza.

Di conseguenza Thao rifiuta in toto, o riformula comple­tamente, la nozione husserliana di esperienza ante-predicativa. Il linguaggio della vita reale precede e fonda la coscienza individuale in quanto la sua natura oggettiva, motivata e sociale rappresenta il punto di partenza per lo sviluppo di qualsivoglia capacità cognitiva individuale. Allo stesso modo Marx e Engels avevano affermato che «die Sprache ist so alt wie das Bewußtsein – die Sprache ist das praktische, auch für andre Menschen existierende, also auch für mich selbst erst existierende wirkliche Bewußtsein, und die Sprache entsteht, wie das Bewußtsein, erst aus dem Bedürfnis, der Notdurft des Verkehrs mit andern Menschen» (MEW III, 330). E non a caso Thao (1973, 34) definisce la coscienza langage intérieur, cioè interiorizzazione del linguaggio della vita reale: «la conscience est le langage que le sujet s’adresse à lui-même, en général sous la forme esquissée du “langage intérieur”». Dun­que, come il linguaggio della vita reale, anche la coscienza sarebbe, per dirla con Marx e Engels (MEW III, 331), «ein gesellschaftliches Produkt» determinato dalle con­dizioni del processo di riproduzione sociale.

Durante gli anni Sessanta, Thao si propone di ripensare in profondità gli assunti della sua filosofia e lo fa prendendo le distanze tanto dalla semiologia saussuriana che dalla fenomenologia di Husserl. PMD risentiva ancora dell’ influenza della filosofia husserliana la quale veniva inter­pretata come un fecondo strumento per arricchire le analisi del materialismo dialettico con il richiamo al punto di vista della soggettività. Nelle RLC l’indagine sulle origini della coscienza mira ormai alla descrizione delle condizioni materiali e oggettive della soggettività. Gli assunti del mate­rialismo dialettico – se adeguamento sviluppati – pongono la vita pratica e il linguaggio della vita reale come l’origine oggettiva della coscienza. Non si tratta più di descrivere come l’ego trascendentale sia a tutti gli effetti un ego storicamente determinato, né come l’analisi fenomenologica della coscienza sia utile per interpretare il comportamento animale, né offrire al marxismo una via d’accesso ai vissuti. Il cambio di prospettiva costringe Thao a considerare erroneo il metodo fenomenologico. Quest’ultimo infatti ridurrebbe la relazione triadica soggetto-concetti-realtà alla relazione diadica noesi-noema. L’idealismo soggettivo husserliano avrebbe in altri termini omesso uno dei fattori essenziali per la descrizione della coscienza e dei vissuti, la realtà materiale esterna e indi­pendente dal soggetto.

Lo stesso destino incontra anche la semiologia saussuriana. Thao decide di prendere le mosse da una semiologia dei segni motivati in cui il significato è prodotto dalla stessa esecuzione del significante. La significazione, cioè, non è un prodotto della soggettività costituente né delle convenzioni sociali bensì delle esigenze pratiche e dei comportamenti corporei. Thao rivendica il primato della dimensione oggettiva, esterna, pragmatica, precosciente dei symboles. Solo tenendo ferma questa componente materiale dei segni – nel senso di dimen­sione sociale, economica, corporea – la proposta saussuriana può essere, per continuare a utilizzare un vocabolario marxiano, rimessa con i piedi per terra. Il progetto semiologico di Thao – il quale, è bene ricordare, muove i primi passi negli anni Sessanta – vede nel CLG il luogo in cui combattere la battaglia contro un modello concorrente, quello cioè dello strutturalismo generalizzato. Per questo non si può ignorare il significato della critica esplicita alle nozioni di arbitrarietà e valore e quella implicita a qualsivoglia dematerializzazione dei fenomeni semiologici.

Alla luce del recente interesse per le affinità teoriche tra strutturalismo e fenomenologia husserliana (Aurora 2017), non può passare inosservata la critica congiunta che Thao muove tanto a Husserl che a Saussure, tacciati entrambi di idealismo. La semiologia dialettica di Thao offre infatti una teoria della conoscenza in diretta concorrenza con quella (implicita) di Saussure e quella (esplicita) di Husserl. In tal senso, tanto l’eidos dello strutturalista quanto quello del fenomenologo sarebbero il frutto di un’astrazione dai condi­zionamenti materiali del pensiero (si veda a tal proposito Eco 1968, 268). Thao assume il primato dei segni intrinseci e in particolare del gesto di indicazione grazie al quale l’oggetto può esser percepito come esterno alla, e indipendente dalla, mente del soggetto conoscente. Questo tipo di segni sarebbe la condizione di possibilità della coscienza e del pensiero e per questo non può essere escluso dagli elementi costitutivi di una teoria della conoscenza che non voglia cadere negli errori dell’idealismo soggettivo. La conoscenza non è un fenomeno puramente psichico ma il risultato dell’interiorizzazione – nella forma del linguaggio interiore – delle interazioni con gli altri individui e con l’ambiente fisico per mezzo di segni intrinseci. Il linguaggio arbitrario e le forme di conoscenza più astratte risulterebbero ingiustificabili senza il richiamo alla loro origine pratica, sociale, corporea e semiotica.

A mo’ di osservazione conclusiva ci si può chiedere se Thao abbia implicitamente conservato nella sua semiologia dialettica la teoria husserliana della Lebenswelt. Quest’ultima, in effetti, può essere letta come un tentativo di mostrare l’origine pratico-sociale del pensiero. Certo non si può dimenticare che per Thao la centralità della base economica per la descrizione degli eventi psichici, ideologici e conoscitivi è giustificata solo dal materialismo dialettico. In ogni caso però il modo in cui Thao tiene assieme le sue critiche alla semiologia saussuriana e alla filosofia husserliana e riconduce gli assunti di entrambe alle premesse del materialismo dialettico rappresenta senza dubbio un capitolo interessante della storia delle interazioni fra linguistica e fenomenologia. E molte delle soluzioni offerte da Thao sembrano proseguire, con le dovute differenze, alcuni spunti presenti per esempio nella “fenomenologia del linguaggio” di Merleau-Ponty (un discorso più ampio, che va ben al di là degli scopi precipui del presente articolo, meriterebbe un confronto con Pos 1939 e Merleau-Ponty [1951] 1960).

A questo proposito sarebbe interessante leggere alcune righe di Merleau-Ponty (2010, 1828) tratte dai documenti presentati per la candidatura al Collège de France (1951) che sembrerebbero andare nella stessa direzione:

Mais cela tient enfin à ce que le langage articulé n’est lui-même que le plus haut point de concentration d’un langage plus sourd que les hommes se parlent les uns aux autres par les symboles que crée leur coexistence économique, politique, religieuse et morale. De ce langage généralisé, le langage des écrits et celui des conversations est bien loin de fournir un compte rendu suffisant […] Une théorie de la verité serait donc superficielle si elle ne prenait en considération, outre le sujet parlant et la communauté linguistique, le sujet vivant, voulant, évaluant, créant et travaillant dans communauté historique, et le rapports de vérité qu’il peut et pourra nouer avec elle.

Ciò che accumulerebbe Thao e Merleau-Ponty sarebbe allora la consapevolezza del ruolo del linguaggio nella Lebenswelt. Da ciò deriva probabilmente una certa affinità nella considerazione del rapporto tra la dimensione sociale e pragmatica del linguaggio e il soggetto parlante (a cui si deve aggiungere anche un interesse per la linguistica saussuriana che va visto all’interno di una storia recentemente ricostruita da De Palo 2016). Ciò può condurre a dubitare che Thao rifiuti in toto la filosofia di Husserl. Egli sembra infatti conservare e sviluppare la nozione di Lebenswelt e la sua critica a Husserl andrebbe letta forse come una presa di distanze, allo stesso tempo ideologico-politica e teorica, dal “metodo soggettivo”. E forse per questo Thao concentra le sue critiche a Husserl su passaggi testuali notoriamente controversi tratti dalle Méditations e dal primo volume delle Ideen, in cui cioè il presunto idealismo e solipsismo a cui condurrebbe la filosofia husserliana sarebbe più marcato (Costa 2009, 47).

In modo similare, un punto di contatto tra Thao e Merleau-Ponty può essere riscontrato nella loro rivalutazione della corporeità nelle pratiche linguistiche e dunque la loro consapevolezza della profonda unità di significato e significante nei processi di significazione (benché Merleau-Ponty abbia tutta un’altra opinione del carattere diacritico dei segni). Si pensi a questo proposito alla similitudine tra gesto e parola che Merleau-Ponty sviluppa sin dalla fine degli anni Trenta (si veda per esempio il capitolo VI della prima parte di Phénoménologie de la perception).

Tuttavia si deve tener presente che a Thao non interessa proporre una fenomenologia del linguaggio, descrivere cioè l’esperienza vissuta del soggetto parlante, bensì mostrare come le nozioni fondamentali della fenomenologia (coscienza, intenzionalità, soggettività, significato, etc.) presuppongano il linguaggio della vita reale il quale – è bene ricordare – garantisce la correttezza di un’analisi fenomenologica dei vissuti che non sia viziata da premesse idealiste. In altre parole, assumere il punto di vista del soggetto significherebbe omettere gran parte della complessa stratificazione della coscienza e limitare così alla sola relazione noetico-noematica la ricca articolazione del rapporto tra soggetto, mondo e collettività. Scrive Thao (1975: 29) a questo proposito:

Or quand, avec la méthode subjective, le regard de l’attention se détourne du monde extérieur, pour se concentrer sur le vécu comme tel de manière à le faire venir au premier plan, le monde extérieur se trouve nécessairement repoussé au second plan, et l’image intérieure du milieu social, qui déjà n’apparaissait qu’obscurément au troisième plan, s’efface totalement. Il en résulte que l’existence du monde extérieur se trouve dès l’abord en fait «mise entre parenthèses» et apparaît, à mesure que progresse l’analyse, comme de plus en plus illusoire, ce qui était inévitable puisque l’on n’en tient systématiquement aucun compte. D’autre part, l’image sociale intérieure s’étant évanouie, le sujet apparaît comme absolument isolé. La méthode subjective porte ainsi en elle, à titre de simple méthode, par le mouvement interne de son fonctionnement, l’idéalisme solipsiste comme la graine porte son germe.

Il progetto semiologico di Thao ruota intorno alla nozione di linguaggio della vita reale, quel sostrato preconscio, eminentemente corporeo, collettivo e pratico-operativo di interazione con l’ambiente sociale e fisico. E l’interiorizza­zione di tale linguaggio della vita reale è per lui la condizione di possibilità del pensiero astratto, delle idealità e dell’ autocoscienza. La coscienza non è un dato originario bensì l’epifenomeno di pratiche sociali, lavorative, semiotiche, corporee concrete e preesistenti. E per tale ragione il metodo fenomenologico, così come il punto di vista del soggetto parlante, non può rendere conto in maniera esaustiva del processo costitutivo della coscienza. Non la soggettività nel linguaggio, bensì l’oggettività delle pratiche semiotico-sociali come fondamento della soggettività delinea l’orizzonte delle ricerche di Thao.

Footnotes

1 Per informazioni bibliografiche su Thao si veda Thao (1991, 1-11; 1993), Giao (1988), Hémery (2013), Thao (2004, 2013) e Feron (2014). La maggior parte delle informazioni biografiche che ver­ranno utilizzate in questo saggio sono tratte dalle fonti appena ricor­date. Una piccola osservazione concernente il nome di Thao: il nome di famiglia sarebbe infatti Tran ma in accordo con il costume vietnamita si è deciso di utilizzare il suo nome proprio.

2 Data la preferenza accordata in questo articolo ai testi in lingua originale si è preferito utilizzare la versione francese del testo di Thao. Si segnala tuttavia al lettore italiano l’esistenza di una traduzione (Thao 1970).

3Si veda Thao 1966, 1969a, 1969b, 1970. Il primo articolo corrisponde al primo capitolo delle RLC. Nel dettaglio, Thao (1966) corrisponde a Thao (1973, 11-57). Ci sono solo piccole differenze editoriali concernenti gli esempi. Invece i due articoli successivi corrispondono perfettamente ai capitoli 2 e 3 delle RLC. Nel dettaglio, Thao 1969a corrisponde a Thao (1973, 59-146) e Thao 1969b corrisponde a Thao (1973: 146-219). Allo stesso modo l’ulitmo articolo (Thao 1970) corrisponde all’ultimo capitolo della secondna parte delle RLC (Thao 1973, 220-244).

4 Alcune opera vanno ricordate: l’Anthropologie structurale (1958) di Claude Lévi-Strauss, gli Essais de linguistique générale (1963) di Roman Jakobson; l’articolo Éléments de sémiotique (1964) di Roland Barthes, la Théorie de la littérature, textes des formalistes russes (1965) di Tzvetan Todorov, Lire le Capital (1965) di Louis Althusser e dei suoi allievi. Negli anni successivi escono la Sémantique structurale (1966) di Julien Greimas, Les mots et le choses (1966) di Michel Foucault, gli Écrits (1966) di Jacque Lacan, Le structuralisme (1968) di Jean Piaget. Secondo Chiss et al. (2015) e Léon (2013), il termine structure si cristallizza nell’abito delle scienze umane francesi già negli anni Cinquanta. Inoltre gli autori parlano uno strutturalismo generalizzato e insistono nel valore trans-disciplinare assunto dal termine struttura a partire dal 1959. Per lo strutturalismo in Europa orientale, di cui probabilmente Thao era a conoscenza, si veda Sèriot 1999.

5 In tal senso un’insoddisfazione simile a quella di Thao nei confronti dello strutturalismo si può riscontrare in altri autori marxisti francofoni dell’epoca. Solo per menzione due esempi, si devono ricordare alcuni articoli di Lucien Sève (1926-) – caro amico ed editore di Thao – e alcuni lavori di Henri Lefebvre (1901-1991): si veda Sève 1984 e Lefebvre 1971.

6 Diversa sembra però essere la sua posizione negli Écrits de linguistique générale (Saussure 2002, 28).

7 La stessa osservazione era già stata proposta anche da alcuni specialisti dell’opera del linguista ginevrino come Godel (1957, 221) e De Mauro (1965, 129-130).

8 Per le fonti economiche di Saussure si veda il recente Ponzio 2015, De Mauro in Saussure [1967] 2011, 423-424, Thibault 1997, 163-198, Koerner 1973, 68, Sljusareva 1980, 541, Ponzio 2005, 2, Ponzio 2015, Joseph 2014. Il tentativo di Thao di giustificare un nuovo progetto semiotico a partire da una critica alla nozione di valore e prendendo spunto alla critica marxiana del mercantilismo può ricordare quanto scriveva in quegli anni Ferruccio Rossi-Landi (1921-1985). Si veda per esempio Rossi-Landi [1968] 2003, 9, e Rossi-Landi [1985] 2006, 106. Sia Thao che Rossi-Landi, pren­dendo spunto probabilmente dalla teoria di Engels sul rapporto linguaggio-lavoro (MEW XX, 444-455), hanno radicato il lin­guaggio nelle pratiche sociali e hanno definito per questo l’uomo come homo faber loqui. Vološinov e Bachtin (1999, 136) avevano già proposto qualcosa di simile. Si veda anche D’Urso 2014, Garofalo 2013 e Ponzio 2012.

9 La traduzione proposta da Thao differisce da quella disponibile nell’edizione francese delle Éditions sociales (Marx e Engels 1968, 59) da cui in altre occasioni attinge. Thao interpreta il linguaggio della vita reale come identico alle attività e alle interazioni materiali mentre la traduzione delle Éditions sociales fa coincidere il linguaggio della vita reale con la produzione delle idee, delle concezioni, della coscienza. Effettivamente il testo tedesco offre spunti per sviluppare entrambe le interpretazioni.

Investiguer les archives des linguistes: Emile Benveniste et le cours sur le duel de 1939

1 | Introduction

Suite à un intérêt toujours croissant pour les manuscrits des savants, et dans notre cas spécifiquement pour les manu­scrits des linguistes, les archives sont devenues des lieux privi­légiés d’investigation à la fois historique et épistémologique.

L’exploitation du Fonds Benveniste, inaugurée par Irène Fenoglio et Chloé Laplantine (cf. Brunet 2011, 2012, Fenoglio 2009), s’insère dans l’esprit de redécouverte des inédits aussi bien que des notes de travail des linguistes, dans une perspective à la fois philologique et génétique. Cet intérêt a mûri à partir des manuscrits de Ferdinand de Saussure (1857-1913), très précieux du fait que la production du linguiste genevois est restée largement inédite.

Notre travail s’insère dans cette exploration de l’archive benvenistienne. Nous proposerons ici une description et une investigation du Fonds qui se trouve dans les archives Ben­veniste déposées à la Bibliothèque nationale de France (désor­mais BnF). L’histoire du Fonds sera ici reconstituée et agré­mentée de l’analyse d’une section encore inédite, qui contient certains manuscrits concernant un cours de grammaire com­parée donné par le linguiste au Collège de France en 1939. De plus, les documents nous ont permis, par le moyen d’une lettre d’Albert Debrunner à Benveniste, d’ajouter un élément au puzzle que constitue le séjour du linguiste en Suisse pendant le conflit mondial (voire aussi Chidichimo 2017).

Notre démarche est structurée en deux temps : nous nous occuperons tout d’abord des écritures ordinaires (§2), des archives en général (§3) et de l’archive de Benveniste plus spé­cifiquement, reconstituant son histoire et les étapes succes­sives de sa constitution (§4). Ensuite nous allons montrer l’importance documentaire des repères que l’on trouve dans les archives analysant de plus près une section du Fonds (§5 et §6).

Notre choix s’est porté sur le Fonds Benveniste et sur les manuscrits sélectionnés en considération de trois raisons principalement :

  • le Fonds Benveniste a été constitué suite à une volonté précise du linguiste, dont l’intention était de sauvegarder l’ensemble des témoignages écrits de son activité scientifique par le moyen d’un legs à une institution officielle, à savoir la BnF (Brunet 2012);

  • le même fonds a été jusqu’à présent investigué surtout par rapport aux manuscrits concernant des sujets de linguistique générale et de poétique (cf., entre autres, Ono 2012, Fenoglio 2013, Benveniste 2011, Benveniste 2012). Cet article naît de la conscience de la contribu­tion apportée par Benveniste aussi bien à la linguistique historique et à la grammaire comparée – bien que « les résultats particuliers de ses analyses portées sur le domaine de l’indo-européen reconstitué apparaissent aujourd’hui généralement datés » (D’Ottavi 2014, 394), exclusion faite de la théorie de la racine énoncée dans les Origines de la formation des noms en indoeuropéen (Benveniste 1935a);

  • même par le moyen des notes de cours, il est possible de reconstituer les évolutions de l’élaboration théorique benvenistienne. Bien que les notes soient éparpillées et hétérogènes, on reconnaît l’originalité du linguiste débiteur d’ailleurs de l’enseignement du Cours de linguistique générale (Saussure 1916) ;

  • le Fonds Benveniste garde aussi des témoignages par rapport à la biographie du linguiste : on va ici proposer l’analyse d’une poignée de documents concernant son séjour forcé en Suisse.

Nous présentons ici un exemple d’investigation du fonds – dont la composition est multiforme et polyédrique – dans le but de souligner l’importance de l’étude des archives des linguistes, parce qu’elles sont un témoignage du chemin épistémologique et scriptural de leur production scientifique :

« ces écritures représentent une fenêtre irremplaçable sur la science en train de se construire : elles permettent de rendre visible et compréhensible le processus habituellement dissimulé de la production de la science » (Lefebvre, Jolivet & Dalle-Nazébi 2015, 4).

2 | Les “écritures ordinaires” des chercheurs

Lorsqu’on ouvre les archives d’un savant, on y trouve une collection d’écritures ordinaires : on définit écritures ordinaires des archives scientifiques personnelles « tous les matériaux et informations accumulés par les chercheurs, et sur la base desquels se construit quotidiennement leur travail » (Lefebvre, Jolivet & Dalle-Nazébi 2015, 4). On indique donc par cette dénomination l’ensemble des feuillets, des brouillons, des notes éparses, des cahiers, des coupures de presse et des matériaux préparatoires, édités ou publiés dont se composent les archives des chercheurs.

Or, bien que ces écritures sont les traces documentées de l’activité scientifique quotidienne du chercheur, elles sont sou­vent considérées comme des objets privés, dont l’utilité réside dans leur fonction immanente de construction d’un savoir. Il se trouve donc, parfois, qu’elles ne sont pas destinées, dès leur écriture, à l’archivage. C’est le cas, par exemple, des manuscrits de Saussure : le linguiste genevois n’ayant laissé de legs, le travail sur ses manuscrits est devenu possible seule­ment après leur dépôt dans le courant des années 1950 à la Bibliothèque de Genève1. L’intérêt récent porté à cette typologie de traces a, au contraire, dévoilé l’importance de ces documents qui deviennent objet de réflexion historique, épistémologique et scientifique. Les manuscrits de travail des linguistes se révèlent doublement précieux : d’un côté ils offrent des indices importants pour la reconstitution du milieu social, culturel et scientifique où s’inscrit l’activité du savant, de l’autre ils témoignent d’un processus de travail et d’écriture et deviennent des « véritables laboratoires méthodologiques et conceptuels » (Testenoire 2016, 3).

La constitution d’un fonds d’archive trouve son principe fondateur dans la volonté consciente du savant de laisser quelque chose de soi-même, c’est-à-dire des documents qui témoignent de son activité scientifique et peuvent être en même temps pivot d’une réflexion postérieure et approfondie, menée par les futurs lecteurs :

« la conscience d’archive prend en compte une autoréflexivité et un point de vue privilégié de l’auteur qui se déploie vers ses propres documents, face à sa propre archive à venir en vertu du futur de ses documents. La conscience d’archive, en fait, constitue un moment où l’auteur se regarde en tant qu’acteur, a présent à l’esprit le fait qu’il est en train de produire une archive. Cette conscience se dédouble par rapport à celles des possibles lecteurs, archivistes, interprètes. Savoir que sa propre écriture sera archivée implique une présélection des matériaux, un tri et une classification en action durant la rédaction et, ensuite, lorsque l’auteur décide quels documents garder ou jeter» (Chidichimo 2015, 124).

Émile Benveniste dispose précisément de cette conscience d’archive du fait qu’il décide, au cours de son activité scientifique, de garder les témoignages de son travail et de les léguer après sa mort.

3 | Archives de linguistes

« Les archives manuscrites personnelles des hommes de science livrent, on le sait, des éclairages fascinants sur leur personnalité, leurs réseaux sociaux ou encore la construction de leurs œuvres et leurs collections, et cela quelle que soit leur apparence : lettre isolée ou cor­respondance fournie, ébauches et brouillons d’articles ou d’ouvrages, carnets d’observations et d’ex­périences, imprimés annotés. La contribution de ces documents à l’histoire des savoirs comme à la connais­sance scientifique actuelle est indéniable » (Bungener 2015, 78).

Le mouvement de retour aux manuscrits des linguistes se propose deux objectifs, d’après lesquels se différencient deux typologies d’investigation : d’un côté, les manuscrits sont pris comme « voie complémentaire ou principale d’accès à un système conceptuel « », construit par tel auteur « », dans tel contexte historique « », etc. ; l’étude des fonds de manuscrits servira dans ce cas à mieux déterminer les valeurs de « x », « y », « z » » (Chepiga et Sofia 2014, 8). On a affaire ici à une perspective historique et philologique. De l’autre côté, d’autres chercheurs seront intéressés par la possibilité d’expliciter et problématiser les spécificités propres aux méthodes de travail de chaque linguiste par le moyen de leur traces écrites, à savoir des notes, des brouillons, des manuscrits : c’est à travers les ratures, les retours sur un concept, les amendements qu’ils étudient les « avant-textes »2 en tant qu’explicitation du modus operandi des théoriciens en science du langage. C’est le cas d’une perspective génétique d’étude des manuscrits3.

Les manuscrits offrent la possibilité de reconstituer les spécificités propres à la manière de travailler des linguistes, compte tenu des différents moments de leur carrière académique et de la spécificité de chaque document analysé (notes de cours, cahiers et notes de terrain, brouillon, aide-mémoires, etc.).

Les archives des linguistes se révèlent donc un instrument privilégié pour le traitement des travaux inédits des savants ainsi que pour l’investigation des travaux inachevés ou déjà publiés, afin de reconstituer les étapes de leur élaboration et de leur transformation en texte publié.

4 | Le Fonds Émile Benveniste de la Bibliothèque nationale de France

L’intérêt pour le Fonds Benveniste a crû depuis l’ouverture des archives au début des années 2000 :

« Les archives manuscrites de Benveniste (auxquelles personne ne s’était intéressé particulièrement avant 2003) ont été un nouveau point de départ pour les travaux autour du linguiste. Lorsqu’en janvier 2003 avec l’aide M. Djafar Moïnfar4 j’ai trouvé la trace de cette archive au département des Manuscrits Orientaux de la Bibliothèque nationale de France, archive dont l’inventaire était alors très sommaire et qu’il fallait donc traverser entièrement » (Laplantine 2012, en ligne).

4.1 | Histoire

Émile Benveniste (1902-1976) communique, dans son testament de 1973, sa volonté de léguer son patrimoine de notes préparatoires, brouillons, lettres et notes éparses à titre particulier à la BnF, qui est chargée de les cataloguer5. Dans le document de 1973, le linguiste institue sa sœur Carmelia comme sa légataire universelle et George Redard6 comme substitut de Madame Benveniste, dans le cas de son décès.

Malgré la volonté de Benveniste, son archive scientifique et personnelle est aujourd’hui dispersée dans plusieurs institu­tions7. L’objet de cet article étant des papiers gardés à la BnF, on concentrera notre attention sur ce fonds spécifiquement.

La majorité des manuscrits laissés par le linguiste sont préservés au Département des Manuscrits de la BnF, dans le Fonds Benveniste, à l’intérieur de la collection Papiers Orien­taux (désormais Pap. Or.). Le legs a été transmis par George Redard en décembre 1976 (Bulletin de la Biblio­thèque nationale de France 1977, 12-13) et se compose de sept volu­mes reliés et vingt-huit boîtes d’archives. Un inven­taire et une description sommaire dactylographiée figurent dans le cata­logue de salle. Le complément du legs par un don de Georges Redard datant de 2004 (Revue de la Bibliothèque nationale de France 2007, 92) se compose d’une boîte d’ar­chives non cotée dont l’estampillage et l’inventaire ont été fait par Michel Zaragoza8. Le dernier complément du legs date de 2006 : il s’agit d’un don de la veuve de Georges Redard. Il comprend deux boîtes d’archives non cotées, dont l’inventaire a été établi par Irène Fenoglio et Chloé Laplantine. Le fonds a de plus bénéficié d’un don, indépendant du legs, de Jean Lallot9 en 1981, correspondant à un manuscrit partiel et annoté du Vocabulaire des institutions indoeuropéennes10.

Le choix de Benveniste porte donc sur le don à une institution officielle, par le moyen d’une disposition testa­mentaire, de la collection entière de tous textes manuscrits concernant sa production académique. Le linguiste opère un choix conscient et motivé de tutelle et conservation d’un patrimoine scientifique : il veut laisser à la fois un témoignage de son œuvre, achevée aussi bien qu’inachevée, et une trace épistémologique de son parcours théorique. De plus, les manuscrits conservés couvrent l’entière carrière scientifique de Benveniste : divers cahiers de cours gardés dans le Fonds témoignent aussi d’un Benveniste étudiant en grec, latin, sanskrit et grammaire comparée à la Sorbonne (il passa l’agrégation de lettres classiques en 1922).

La décision de Benveniste de garder son patrimoine de notes, brouillons, cahiers, feuillets épars répond à sa précise volonté de sauvegarder non seulement sa production publique et publiée, mais aussi bien son écriture de recherche, « normalement visée à la découverte et au travail personnel intermédiaire entre l’écriture et la publication et non à l’exposition de son propre cabinet de travail et, enfin, de soi-même » (Chidichimo 2015, 124).

4.2 | Les documents

Les boîtes et volumes qui composent le Fond Benveniste contiennent une grande quantité de repères qui permettent d’aller à rebours de presque une quarantaine d’années dans l’œuvre du linguiste en tant qu’enseignant et chercheur. Le complexe des documents est extrêmement hétérogène. Les archives consistent de notes prises aux cours des maîtres, de notes préparatoires à ses propres cours, de cahiers de terrain, de discours, d’articles, et d’avant-textes proprement dits.

« Ce fonds – estimé aujourd’hui à 30 000 feuillets environ – se développe en 32 boîtes et 7 volumes reliés, la grande partie catalogués entre les cotes Pap. Or. 29 et Pap. Or. 63 du fonds manuscrit de la Bibliothèque nationale de France » (D’Ottavi 2014, 407, n. 26).

Chaque morceau de papier devient support d’écriture : on trouve dans le fonds que Benveniste a légué à la BnF des annotations sur des feuillets de diverses dimensions, des cahiers, mais aussi des reçus, des cartes postales, des lettres, des formulaires de bibliothèque.

Benveniste préserve toute typologie de documents : à la différence, par exemple, de Bally, qui sélectionne les matériaux à sauvegarder dans son archive11, Benveniste n’opère pas de tri. Sa conscience d’archive, bien qu’elle soit présente et réelle, ne comporte pas non plus l’élimination de notes rapides, de brouillons ou de feuillets qui témoignent d’un discours en train de s’organiser, mais pas encore constitué et dans sa forme finale. Au contraire, le Fonds Benveniste se compose d’une multiplicité de repères plus ou moins élaborés, sauvegardés par le linguiste sans aucune sélection et sans aucune prise de position par rapport à sa propre écriture et à sa production scientifique. Cependant, il faut le souligner, les manuscrits constituent, suite à une précise volonté du savant, un archive de savoir. Si l’on peut proposer qu’ils n’ont pas été rangés à cause de la maladie de Benveniste, laquelle l’a peut-être empêché d’organiser ou de faire organiser le complexe des données, on ne peut pas oublier que Benveniste même avait décidé de créer une archive de ses propres travaux et avait chargé M. Moïnfar d’en ranger la première partie accumulée : dans le courant de l’année 1970 Carmelia Benveniste, en accord avec son frère, demande à M. Moïnfar de mettre de l’ordre dans la bibliothèque de Benveniste et dans ses papiers et archives (Moïnfar 1992, 23). Moïnfar classa plusieurs données en les nommant selon leur contenu (par exemple « Corpus vieux-perse » ou « Études de vocabulaire grec »).

L’analyse et l’étude des feuillets reconstitue l’image d’une œuvre inachevée et infatigable, les deux éléments qui la caractérisent étant la récursivité de certains thèmes d’enquête et une écriture que Fenoglio (2009, en ligne) a défini comme ruminative. Benveniste revient plusieurs fois sur un concept, même pendant des années successives : il prend des notes éparses et rapides, et, lorsqu’il décide d’élaborer le sujet, il l’épouille jusqu’au fond, le reprend pour mieux l’expliquer, le lime ou l’approfondit afin de rejoindre la conceptualisation qui lui semble la plus appropriée. C’est une formation lente et complexe de l’idée :

« Il n’est pas rare, sur l’ensemble des dossiers manus­crits de Benveniste, de voir le contenu d’une note repris sur plusieurs folios : un engagement ruminatif dans l’écriture. En ce sens, Benveniste expose lui-même dans son faire, et sans le savoir, l’idée qu’il défend selon laquelle la pensée n’existe pas préalablement au dis­cours qui l’exprime : une écriture hésitative, répétitive, pensante où la répétition est la marque à la fois de l’hésitation et de l’insistance. Hésitation pour conti­nuer de rechercher la formulation la plus adéquate. Insistance car la pensée est là qui fraye dans le fil des mots son chemin » (Fenoglio 2010, en ligne).

Les manuscrits du Fonds Benveniste présentent quelques difficultés en ce qui concerne leur état. Premièrement on ne trouve pas toujours des dates de référence (l’indication de l’année est juste parfois notée par Benveniste). De plus, les documents ne sont pas tous rangés selon un critère chronologique ou bien thématique, le seul rangement que l’on connaît étant celui fait par M. Moïnfar.

Un travail de recherche philologique est donc requis prélablement, surtout lors de l’investigation de textes qui n’ont pas abouti à la publication.

5 | Un regard de plus près: le dossier du cours de 1939

De quoi parle-t-on quand on parle d’investiguer les archives des linguistes ? Dans quelle mesure peuvent-elles nous aider à mieux connaître leur créateur (dans le meilleur cas leur ordonnateur) ?

L’ensemble des notes préparatoires au cours de 1939 se trouve sous deux différentes cotes, à savoir Pap. Or. 34, env. 3312, une chemise avec le titre générale « Le Duel »13 et Pap. Or. 38, env. 69, une chemise ayant deux titres : « Notes de cours Sorbonne » en haut à gauche et « Vocabulaire grec, parties rédigées chez Moïnfar14 » en haut à droite. L’enveloppe 33 de la cote Pap. Or. 34 est reliée avec les autres enveloppes de la même cote, en revanche la chemise 69 de Pap. Or. 38 est librement contenue dans une boîte. Les deux ensembles sont composés par des feuillets de forme et dimension différentes, qui ne contiennent pas un texte continu et cohérent : on y trouve des notes rapides, des fiches de lecture, des schèmes et, finalement, du matériel original de Benveniste. Maintes pages sont numérotées par Benveniste, qui indique par cela un raisonnement continu ; il s’agit de :

  • Pap. Or. 38, env. 69, FF 40-41 ;

  • Pap. Or. 38, env. 69, FF de 150 à 155, portant le titre, de la main de Benveniste, « Singulier et pluriel ».

Les feuillets portent parfois des titres, mais ils ne portent jamais l’indication de la date :

  • Pap. Or. 34, env. 33, FF 134-134v : « Duel. Remarque de principe » ;

  • Pap. Or. 34, env. 33, FF 135-135v-136-136v : « Observations générales sur le duel » ;

  • Pap. Or. 34, env. 33, FF 152-153-154 : « Conclusions » ;

  • Pap. Or. 34, env. 33, FF 166-167 : « Duel » ;

  • Pap. Or. 34, env. 33, FF 178-191 : « Le duel chez Homère » ;

  • Pap. Or 38, env. 69, FF 111-112 : « Duel » ;

  • Pap. Or 38, env. 69, FF de 115 à 117 : « Prolongement profond du duel unitif » ;

  • Pap. Or 38, env. 69, FF 123-124 : « L’emploi du pluriel de majesté et de modestie » ;

  • Pap. Or 38, env. 69, FF 129-130 : « Le nombre dans les pronoms personnels » ;

  • Pap. Or. 38, env. 69, FF de 165 à 168 : « Pluralisation des pronoms singuliers et des formes verbales » ;

  • Pap. Or 38, env. 69, FF de 178 à 181 : « Animé » ;

  • Pap. Or 38, env. 69, FF de 190 à192  : « Nombre morphologique ».

Quelques fois un sujet est développé sur plusieurs pages qui ne sont ni numérotées ni dotées d’un titre par le linguiste :

  • Pap. Or 38, env. 69, FF 139, 134, 136, 137, 140, 141, portant sur l’opposition entre langue virtuelle et langue actuelle ;

  • Pap. Or 38, env. 69, FF 147-146, portant sur le concept de nombre (il faut les lire dans l’ordre contraire à leur numérotisation) ;

  • Pap. Or 38, env. 69, FF de 156 à 159.

De temps en temps on trouve parmi les feuillets des indications en chiffres romains, qui ne relèvent pas d’une liste (cela pouvant être la façon de numéroter des exemples) : elles nous paraissent plutôt être des indications du numéro de leçon :

  • Pap. Or. 38, env. 69, F. 148, chiffre X : « Pourquoi certains mots ne s’emploient-ils qu’au singulier, d’autres qu’au pluriel ? » ;

  • Pap. Or. 38, env. 69, F. 171 : chiffre VIII, concernant l’opposition de l’un et du multiple ;

  • Pap. Or. 34, env. 33, F. 173 : chiffres IV : « Lecture et discussion des exemples de duel chez Homère » ; chiffre V : « Normalisation du duel en védique, sanskrit et slave ».

De plus, on repère dans le texte des notes de la main de Benveniste qui concernent proprement les leçons, à savoir :

  • Pap. Or. 38, env. 69, F. 183 : « Dernière leçon » ;

  • Pap. Or. 38, env. 69, F. 150 : « Les remarques de la dernière leçon ».

Lors de la première lecture des dossiers, la présence de références à des leçons nous a fait supposer qu’au moins une partie des notes relèvent d’un cours donné par Benveniste. L’indication sur la couverte de Pap. Or. 38, 69 d’un cours à la Sorbonne pourrait faire référence à un cours déjà donné par le linguiste à l’École Pratiques des Hautes Études (les seuls probables étant celui du 1936/1937 portant sur la formation des noms en indo-européen15 et celui de 1937/1938 portant sur les couples féminin/masculin, abstrait/concret16), qui était située à la Sorbonne pendant les années trente17. Cependant, ce que l’on trouve effectivement dans les manuscrits sont les notes du cours de grammaire comparée donné au Collège de France en 1939. Le cours de grammaire comparée au Collège de France se divisait sur deux jours : les lundis étaient consacrés à un sujet proprement de grammaire comparée, les mardis à un thème de linguistique générale. Le cours du lundi de 1939 était consacré au système verbal de l’indo-européen, le cours du mardi aux catégories linguistiques et à leur expression concrète, comme on peut le lire dans le résumé du cours publié dans les Annuaires du Collège de France :

« Dans le cours du mardi, on a posé le problème des catégories linguistiques et des modes de représentation auxquels elles répondent. Cette étude de linguistique générale a été traitée sur le plan de l’expression concrète. Nous avons examiné la catégorie du nombre, question dont les données tiennent à peu près dans l’opposition « singulier : pluriel » et dont la simplicité apparente dissimule un très complexe ensemble d’expressions distinctes. C’est par l’étude du duel, dans les diverses langues anciennes ou modernes où il survit, que nous avons introduit cette considération essentielle que le nombre grammatical est entièrement distinct du nombre lexical, et que la notion de comput est d’abord étrangère à l’expression morphologique du nombre. On y a apporté des confirmations tirées les unes des langues « primitives » (à propos desquelles la signifi­cation du « triel » et du « quatriel » a été discutée), les autres de l’histoire et de l’usage actuel des principales langues européennes, notamment du français ». (Annu­aire du Collège de France, 1939, 145).

L’hétérogénéité des repères et l’absence de cahiers d’étudiants ainsi que l’absence d’indications de dates ne nous permettent pas de rétablir la séquence complète des leçons.

La datation des indications bibliographique auxquelles Benveniste fait référence dans les manuscrits ainsi que la datation de quelques épreuves imprimées de compte-rendus rédigés par lui-même, qui sont occupées au verso par ses notes, sont cohérentes avec la datation du cours18. De plus, on a trouvé au verso de Pap. Or. 38, env. 69, F. 194 une invitation, datable de 1939, où l’on lit :

« L’INSTITUT DE LINGUISTIQUE de la Faculté des Lettres et la SOCIETE DE LINGUISTIQUE DE PARIS vous prient de bien vouloir assister à la Conférence que fera M. A. OMBREDANE, à l’Institut de Linguistique (Sorbonne, Escalier C, Ier étage à droite), le vendredi 17 Février 1939, à 17 heures, sur le sujet suivant : Nature et mécanisme des troubles du langage chez les aphasiques »19.

Il est en outre vraisemblable que certains feuillets qui composent le dossier soient soit antérieurs soit postérieures au cours du 1939, la preuve étant la référence à un cours à l’EPHE sur la couverte du dossier ainsi que des références bibliographiques qu’on trouve parmi les notes (par exemple à la Grammaire homérique, publié par Pierre Chantraine en 1942).

5.1 | Le cours de grammaire comparée de 1939 au Collège de France

Émile Benveniste était professeur au Collège de France depuis le 1937 : il avait soutenu en 1935 ses thèses (les « Origines » et « Les infinitifs avestiques » (Benveniste 1935a, 1935b) et « à peine docteur des lettres, accède au Collège de France. Après y avoir suppléé Meillet de 1934 à 1936 – qui avait succédé à Michel Bréal (1832-1915), l’inaugurateur du cours au Collège de France – Benveniste est élu le 26 juillet 1937 pour le remplacer dans la chaire de grammaire comparée qu’il occupera jusqu’à l’attaque de 1969, avec l’interruption que va lui imposer la guerre » (Redard 2012, 159).

L’exploitation des annuaires du Collège de France a révélé que, dans le résumé du cours du lundi de grammaire comparée du 1938 consacré à la flexion nominale de l’indo-européen, Benveniste écrivait, « […] Le duel et le pluriel soulèvent des problèmes particuliers dont quelques-uns seront abordés l’an prochain » (Annuaire du Collège de France, 1938, 116). D’autre part, Benveniste avait déjà abordé le sujet « nombre » dans le cours du 1936 au Collège de France, professé par lui en tant que suppléant de Meillet, mais portant sur les noms de nombre et les systèmes numéraux du point de vue strictement lexical. On lit dans le résumé du cours du mardi :

« Le cours du mardi a porté sur les noms de nombre et les systèmes numéraux. On a considéré, en premier lieu, au point de vue de leur forme et en vue d’une inter­prétation étymologique, les noms de nombre indo-européens de un à dix. En appliquant à cet objet les principes de reconstruction et d’analyse que nous avons définis ailleurs, nous avons constaté qu’une explication de la plupart de ces mots devenait possible. Par suite, la structure la plus ancienne du système indo-européen se dessine clairement : de un à quatre, il s’agit de désigna­tions purement spatiales ; c’est à partir de cinq que le comput manuel intervient et inaugure une véritable numération. On a eu l’occasion, à ce propos, de discu­ter nombre de problèmes relatifs au groupement des numéraux supérieurs, aux séries décimales et duodéci­males, à la valeur mystique de certains nombres. Puis, on a passé en revue, hors de l’indo-européen, plusieurs types de numérations qui apparaissent très inégalement étudiés, en sumérien, en chamito-sémitique, en turc et aussi dans certaines langues océaniennes et africaines. De cette comparaison se dégagent plusieurs observa­tions sur les rapports et la succession des systèmes qui­naires, décimaux, duodécimaux et vigésimaux. Enfin, nous avons été amenés à rechercher la fonction et les modes les plus élémentaires de la numération, et à voir d’une manière générale comment, dans un univers qualitatif, s’élabore le concept de quantité (Annuaire du Collège de France, 1936, 113. Nous soulignons).

Benveniste insistera dans le cours de 1939 sur le caractère qualitatif du nombre grammatical. Ce qu’il veut démontrer est que la catégorie du nombre n’est pas liée à l’acte de compter, parce que cette opération est successive à la création de la notion de singulier, pluriel, etc., ces dernières ne correspondant pas, à son avis, à la distinction entre l’un et le multiple. Le nombre serait une notion qualitative du fait qu’il n’est pas lié à la numération, au calcul des objets : les notions de singulier et pluriel, ainsi que de duel, triel, quatriel etc., seraient plutôt liées à la spatialité ou bien à l’élargissement et au resserrement d’un concept.

5.2 | Ce que les notes nous disent

L’édition et la publication des cours de linguistique compte des importants exemples. À partir du Cours saussurien, publié tout d’abord par Bally et Sechehaye et dont l’édition a été progressivement remaniée et intégrée en plusieurs fois à l’aide des notes manuscrites de Saussure (Saussure 1957, 1968-1974, Saussure & Constantin 2005), des travaux ont été dédiés aux manuscrits des cours : on fera ici une rapide référence aux articles de : Béguelin (1980), dédié au cours de phonétique professé par Saussure en 1909-1910 ; Chidichimo (2009), consacré au Cours de Phonétique du grec et du latin professé par Saussure à Genève en 1891-1892 ; Benveniste (2012), où Jean-Claude Coquet et Irène Fenoglio ont reconstitué les derniers leçons d’Émile Benveniste autour de l’écriture ; et finalement Murano (2013), consacré au Cours « Étymologie grecque et latine » professé en 1911-1912 par Saussure et reconstitué à l’aide des notes de cours de Louis Brütsch20. La plupart des cours ont été reconstitués à l’aide d’une précieuse source d’informations, notamment les cahiers des notes des auditeurs.

Pour ce qui concerne le cours de grammaire comparée donné par Benveniste en 1939, en revanche, comme on l’a déjà souligné (§5), l’hétérogénéité des repères et l’absence de cahiers des notes d’auditeurs, ainsi que l’absence d’indications de dates sur les feuillets ne nous permettent pas de rétablir ni la séquence des leçons ni le cours dans sa totalité. Exception faite de quatre occurrences de chiffres romains, vraisemblablement des indicateurs de leçons en ordre progressif, la plupart des feuillets contiennent du matériel qui n’est pas trié et qui ne suit pas un ordre logique.

On a pu reconstituer des tranches, plus ou moins larges, du discours élaboré par Benveniste et entrevoir, à l’aide du résumé du cours qui se trouve dans les Annuaires du Collège de France, les étapes successives des leçons. De plus, les manuscrits font écho au milieu temporel et scientifique de leur production, révélant des indices précieux pour l’historiographie linguistique. On discutera ici d’un ensemble sélectionné de notes où Benveniste explicite les objets et la méthode de son investigation afin de montrer de quelle réflexion elles sortent et de souligner leur lien avec les résultats successifs de la recherche benvenistienne.

Notre choix s’est porté sur les groupes cotés Pap. Or. 38, env. 69, F. 138 et Pap. Or 38, env. 69, F. 177, concernant la méthodologie d’investigation et la définition des catégories linguistiques, parce que leur contenu nous permet d’envisager le fil rouge entre l’activité de Benveniste professeur et celle de Benveniste chercheur. On va montrer d’un côté que les notes préparatoires au cours témoignent de l’héritage saussurien, de l’autre que les réflexions que Benveniste élaborera dans les années successives et qui caractériseront le Benveniste des Problèmes de linguistique générale se trouvent déjà in nuce dans les papiers analysés.

Quant à la première tâche, on va examiner des brèves notes prises par Benveniste, concernant la méthode d’inves­tigation propre du cours21:

I L’explication doit être unitaire. Donc ne pas faire de différences entre choses qui se comptent ou ne se comptent pas. <Il n’y a pas deux aspects de pluriel>
II L’explication doit être totale : ne pas laisser certaines catégories dans la pénombre de dénomination vague : pluriel poétique.
III L’explication doit être
[ill.] <se fonder> sur une représentation claire et constante […] (Pap. Or. 38, env. 69, F. 138 )22.

Benveniste s’interroge ici spécifiquement sur la catégorie du nombre : son objectif étant de libérer la catégorie de la conception diffusée et erronée que le singulier correspond à l’un et le pluriel au multiple, il veut démontrer son affirmation d’une façon scientifique. Les notes benvenistien­nes évoquent l’introduction méthodologique de la réflexion linguistique de Saussure :

« La tâche de la linguistique sera […] de chercher les forces qui sont en jeu d’une manière permanente et universelle dans toutes les langues, et de dégager les lois générales auxquelles on peut ramener tous les phénomènes particuliers de l’histoire » (Saussure 1995 [1916] , 20).

Dans les notes, Benveniste utilise le syntagme saussurien claire et constante :

« Psychologiquement, abstraction faite de son expression par les mots, notre pensée n’est qu’une masse amorphe et indistincte. Philosophes et linguistes se sont toujours accordés à reconnaître que, sans le secours des signes, nous serions incapables de distinguer deux idées d’une façon claire et constante. Prise en elle-même, la pensée est comme une nébuleuse où rien n’est nécessairement délimité » (Saussure 1995 [1916], 155. Nous soulignons).

En quelque sorte, Benveniste lui-même (1966, 3423, nous soulignons) expliquera ses propres indications méthodo­lo­giques lorsqu’il parlera de Saussure dans la commémoration qu’il en fait un demi-siècle après sa mort :

« Ce sont bien les données élémentaires qu’il s’agit de découvrir, et même (on voudrait écrire : surtout) s’il on se propose de remonter d’un état de langue historique à un état préhistorique. Autrement on ne peut fonder en raison le devenir historique, car s’il y a histoire, de quoi est-ce l’histoire ? Qu’est-ce qui change et qu’est-ce qui demeure ? Comment pouvons-nous dire d’une donnée linguistique prise à deux moments de l’évolution que c’est la même donnée ? En quoi réside cette identité, et puisqu’elle est posée par le linguiste entre deux objets, comment la définirons-nous ? Il faut un corps de défi­nitions. Il faut énoncer les rapports ou les points de vue sous lesquels nous les appréhendons. Ainsi aller aux fondements est le seul moyen – mais le sûr moyen – d’expliquer le fait concret et contingent. Pour atteindre au concret historique, pour replacer le contingent dans sa nécessité propre, nous devons situer chaque élément dans le réseau de relations qui le détermine, et poser explicitement que le fait n’existe qu’en vertu de la définition que nous lui donnons ».

Même par le moyen de notes préparatoires rapides on s’aperçoit que Benveniste garde le souci d’une description formelle rigoureuse, legs scientifique saussurien, qu’il enrichit par ses propres réflexions :

« il s’agit avec Benveniste du développement d’un héritage et non de la fidélité à une école. La façon dont il transpose parfois les termes saussuriens ou les complète de ses propres remarques est loin du respect de l’exégète, car son objectif de linguiste est de faire fructifier cet apport, de l’ouvrir à des domaines nouveaux, non de le fixer dans un texte sacré qui donnerait la pensée authentique du maître disparu » (Normand 2010, 176).

Le souci d’aller aux fondements de la langue caractérise les notes préparatoires au cours de 1939 :

Il faut partir d’un complexe expression-signification. Mais plus précisément duquel des deux termes ? F. Brunot24 La pensée et la langue25, pense qu’il faut partir de la notion à exprimer pour arriver à l’expression : p. ex. le nombre (noms de nombre, singulier/pluriel, adverbes etc.). confusion [ill.] entre linguistique et pédagogie. – entre grammaire et lexique. La seule méthode correcte est de partir de l’expression, qui est un fait, pour arriver à la signification qui est le problème (Pap. Or 38, env. 69, F. 177).

La linguistique est l’étude de la langue, de son état abstrait, non pas du langage, c’est-à-dire de sa réalisation actuelle. Expression vaut ici pour le complexe signe-objet que Benveniste (1939, 27 = 1966, 53) définira comme désignation dans « Nature du signe linguistique », l’article paru dans le premier numéro de Acta linguistica26, publié en 1939. La notation négative concernant la méthode d’investigation de Brunot rappelle les mots du compte-rendu de Meillet (1922a, 13) à la même œuvre :

« Si la pensée de l’auteur était que, pour décrire une langue, il faut partir des notions à exprimer, et non des formes qui servent à les exprimer, il conviendrait de résister tout net. Chaque langue est un système de signes, aussi particulier que peut l’être une nation, plus particulier que n’est une espèce d’êtres vivants. Dans ce système, tout se tient. Si l’on se borne à l’envisager du dehors, comme on fait quand on part des notions, on ne peut se faire une idée que des détails ; l’ensemble échappe ».

Or, le sujet du cours étant les catégories linguistiques (on renvoie au résumé du cours, § 5), Benveniste affirme qu’elles

Relèvent de la langue, non de la parole. On pourrait soutenir que le linguiste n’étudie jamais autre chose que des catégories, parce que tout est catégorie. Mais il y a la manière syn­chronique et diachronique (Pap. Or 38, env. 69, F. 177).

et encore

Mon objet : les catégories peuvent être étudiées dans la diachronie, sans qu’on ait à se soucier d’une définition. Mais on peut les étudier synchroniquement dans leur contenu significatif et alors il faut les lier aux repré­sen­tations qu’elles traduisent (Pap. Or 38, env. 69, F. 177).

Les catégories sont médiatrices entre la pensée et la langue, qui lui donne forme27. C’est par le moyen de ses mots que Benveniste dévoile les procédés d’investigation du cours de 1939 dans un article de 1958, dédié aux catégories de pensée et catégories de langue28 :

« Il nous faut entrer dans le concret d’une situation historique, scruter les catégories d’une pensée et d’une langue définies. À cette condition seulement nous éviterons les prise de position arbitraires et les solutions spéculatives » (Benveniste 1966, 65).

L’étude d’une ou de plusieurs langues définies est néces­saire du fait que

le nombre des catégories est illimité. On est toujours à la merci d’une découverte. Mais heureusement, aucune langue ne les présente toutes à la fois. Il se fait un choix S’il n’y a pas une langue sans catégorie, il n’y a pas non plus une langue qui les ait toutes (Pap. Or 38, env. 69, F. 177).

Benveniste fait ici référence aux catégories de pensée : comme il le montre dans son article de 1958, la pensée peut spécifier ses catégories et en créer des nouvelles, au contraire de la langue, dont les catégories relèvent d’un système et « ne sont pas modifiables au gré de chacun » (Benveniste 1966 : 65). Cela du fait que « c’est ce qu’on peut dire qui délimite et organise ce qu’on peut penser. La langue fournit la configuration fondamentale des propriétés reconnues par l’esprit aux choses » (Benveniste 1966, 70).

Le notes préparatoires du cours de 1939 nous offrent un témoignage vif du chemin de formation de l’épistémologie benvenistienne et dévoilent à nos yeux le germe des réflexions qui nous sont connus de par leur présence dans les Problèmes de linguistique générale. En ça et pour ça l’étude des archives se révèle fondamentale : elle permet aux chercheurs en science du langage de plus se rapprocher des procédés de l’élaboration théorique et d’en envisager dans le temps les continuités, les retours ou bien les ruptures.

6 | À la recherche d’Émile Benveniste: les archives comme ressource biographique

Du fait que Benveniste n’a pas sélectionné les docu­ments qui relèvent de son archive, il n’est pas rare d’y repérer des feuillets dont le contenu est biographique. Dans le fonds sont conservés, par exemple, les cahiers d’étudiant du linguiste ainsi que des lettres ou des petits mots qui nous permettent d’entrevoir des moments de vie personnelle ou scientifique du savant.

Dans les dossiers qui ont été objets de la présente étude, l’écriture de Benveniste occupe aussi le verso de deux feuillets concernant la Loterie suisse de 1944. Enrôlé dès le début du deuxième conflit mondial, suite à l’invasion allemande de la France Benveniste, prisonnier et après fugitif, se réfugia en Suisse pour échapper aux persécutions antisémites. Bien que l’on connaît peu de choses de la période que Benveniste passa en Suisse, on sait qu’Émile Benveniste, grâce à l’aide du Père Jean de Menasce29, « demeurera là-bas, à Fribourg, en tant que réfugié israélite du 19 avril 1943 jusqu’à l’automne 1944, précisément le 11 octobre 1944, quand il rentra à Paris pour recommencer, enfin, à enseigner la linguistique » (Chidi­chimo 2017, 2)30.

À la période passée en Suisse en tant que réfugié fait référence une lettre envoyée en 1943 à Benveniste par Albert Debrunner, qui était à ce moment-là professeur de lin­guistique indo-européenne et philologie classique à l’Université de Berne31. La lettre se trouve dans les feuillets analysés du Fonds Benveniste :

Bern, 28.9.43

Lieber Herr Kollege !

Ich schicke Ihnen hier Aufsatz von Jakobson und meine Dual-Artikel (samt Materialen). Beides können Sie ruhig einige Wochen behalten.
Der feine Nachmittag von gestern wird mir lange in angenehmster Erinnerung bleiben.

Mit herzlichen Grüssen

Ihr, A. Debrunner (Pap. Or. 38, env. 69, F. 108 )32.

La lettre témoigne d’une rencontre entre Benveniste et Debrunner dont on ne connaît que une date a posteriori (à savoir le 28 septembre du 1943) : les deux se sont vus et ils sont revenus sur ce qui était vraisemblablement l’un des derniers sujets de cours abordé par Benveniste, à savoir le duel. Considérant le 1943 la date ante quem, on peut supposer que Debrunner fait ici référence à ses articles Zum erweiteren Gebrauch des Duals33 du 1926 et Dual ζυγοί? Die Geschichte einer Hypothese34 de 1943. En ce qui concerne l’essai de Jakobson dont Debrunner parle, la référence n’est pas aussi claire : on peut néanmoins supposer, à l’aide d’un souvenir de Gianfranco Contini35, qu’il ne s’agissait pas d’une œuvre concernant le duel, mais de Kindersprache, Aphasie und allgemeine Lautgesetze, l’essai publié par Jakobson en 1941 pendant son séjour en Scandinave36. Comme on le lit parmi les pages de Contini (1998, 183):

« Un giorno Benveniste mi segnalò con acceso interesse studi che Roman Jakobson, approdato in Svezia nella sua fuga dalle varie tirannidi, aveva pubblicato a Upp­sala sull’afasia dal punto di vista della struttura linguistica »37.

Contini, comme il en témoigne lui-même (Contini 1998), connut Benveniste à Fribourg lors de l’exile du linguiste en Suisse : le Père Pierre de Menasce, dont la contribution fut essentielle pour l’arrivée et l’accueil de Benveniste en Suisse, fut un ami commun aux deux et les présenta juste après l’installation de Benveniste à Fribourg.

La lettre, qui témoigne de la présence de Benveniste en Suisse et des relations, au moins scientifiques, entretenues avec le milieu universitaire suisse, peut nous faire supposer que Benveniste continua a travailler sur le sujet du « duel » même pendant son séjour forcé en Suisse et qu’il ne cessa jamais de mener son activité de recherche38. Le lien entre Benveniste et le milieu scientifique suisse est également attesté par des échanges avec Charles Bally datant de la même période (cf. Chidichimo 2017).

Les deux feuillets de la Loterie Suisse et la lettre sus-mentionnée sont des témoignages importantes d’un point de vue biographique ainsi que scientifique : ils nous offrent une preuve tangible du séjour suisse de Benveniste et démontrent que le linguiste avait la possibilité de se dédier, et s’est en effet dédié aux études – malgré son statut de réfugié politique.

7 | Conclusion

Les archives sont une source précieuse d’informations historiques aussi bien que scientifiques par rapport au chemin intellectuel des linguistes. De plus, elles offrent des ressources fondamentales pour la publications de nouvelles éditions enrichies de textes déjà publiés ainsi que pour la publication d’inédits. Bien qu’elles offrent parfois – cela n’étant pas inattendu – des réflexions qui paraissent désormais dépassées, les archives contribuent néanmoins à enrichir notre connais­sance du parcours des idées, sous l’angle plus restreint de la biographie scientifique d’un seul linguiste ainsi que sous l’angle plus ample de l’histoire d’une école, d’une courante, d’une période donnée.

La double valeur épistémologique et historiographique des papiers des savants, attestée par l’intérêt croissant porté à ces sources, caractérise aussi bien les manuscrits du Fonds Ben­veniste. Ce fonds, encore largement non exploité, peut offrir aux chercheurs, comme on a tenté de le démontrer ici, des informations concrètes relatives à l’auteur, à son œuvre, à la spécificité de sa méthode de travail ainsi qu’au milieu scien­tifique et académique où son activité s’enracine. L’étude de l’archive benvenistienne nous permet de faire des aller-retours dans son œuvre et d’entrevoir les liens, les concor­dances ainsi que les divergences entre les étapes successives de sa formation et production scientifiques.

 

Footnotes

* Les recherches menant aux présents résultats ont bénéficié d’un soutien financier du programme-cadre FP7 – MSCA-COFUND de l’Union européenne en vertu de la convention de subvention n°245-743 – Programme de bourses post-doctorales Braudel-IFER-FMSH, en collaboration avec lITEM (ENS-CNRS), Institut des Textes et manuscrits Modernes. Lauteur tient à remercier Irène Fenoglio pour son aide, sa disponibilité et ses précieux conseils, ainsi que Ales­san­dro Chidichimo et Francesca Murano pour leurs précieuses révi­sions. Nos remerciements vont finalement au relecteur anonyme de l’article. Toute erreur reste la responsabilité de l’auteur. Cette recherche a bénéficié du meilleur accueil au Département des Manuscrits de la Bibliothèque nationale de France, Paris.

1 Le texte du Cours de Linguistique Générale de Saussure a été établi par Charles Bally (1865-1947) et Albert Sechehaye (1870-1946) sur la base soit des notes du linguiste soit des notes d’étudiants. Un vrai travail scientifique sur les manuscrits du linguiste genevois a été inauguré par les travaux fondateurs de Robert Godel (1957) et de Rudolf Engler (Saussure 1968-1974). La mise à dispo­sition des manuscrits de Saussure a permis l’édition de cours ou bien des pro­jets d’ouvrages du maître genevois, de la part de Marchese (Saussure 1995, 2002b), Engler & Bouquet (Saussure 2002a), Gambarara & Mejia Quijano (Saussure & Constantin 2005), Amacker (Saussure 2011), Teste­noire (Saussure 2013) et Sofia (2015).

2 Lebrave & Gressilon (2009, en ligne) définissent un avant-texte comme « un document écrit de nature hétérogène, souvent lacunaire, inachevé et couvert de ratures et de réécritures dont la carac­téristique principale est d’être partie intégrante d’une chaîne de production textuelle qu’on appelle aussi « genèse de l’œuvre » ».

3 La linguistique généticienne, issue de la génétique textuelle littéraire, se propose danalyser l’ensemble des textes formant l’avant-texte d’un texte publié et comprenant une suite de tentatives successives avant la stabilisation finale, afin de rétablir la diachronie de lélaboration énonciative.

4 Élève d’Émile Benveniste et entré au CNRS en 1966, Mohammad Djafar Moïnfar est directeur de recherche émérite depuis 2003. Ses principaux intérêts de recherche sont la linguistique iranienne, la linguistique arabe et lethnolinguistique.

5 Le projet de testament et des notes au sujet du devenir des biens matériels et culturels de Benveniste (datées de 1973-1976) sont gardés aux Archives du Collège de France sous la cote 28 CDF 12. Nous n’avons pas pu consulter ces documents parce qu’ils sont trop récents pour pouvoir être consultés librement, sans autorisation des ayants droits de Benveniste. Nous avons repéré les informations concernant les volontés de Benveniste dans Brunet (2012).

6 Georges Redard (1922-2005) était professeur de Grammaire comparée des langues indo-européennes à lUniversité de Berne, à la chaire qui était celle d’A. Debrunner. Pendant les années quarante il avait étudié à Paris et avait été élève de Benveniste. Les travaux de Redard portent sur la grammaire comparée (ancien latin et grec, les dialectes franco-suisses) ; il était spécialiste des dialectes iraniens.

7 L’héritage matériel laissé par Émile Benveniste ne se sépuise pas au Fonds Benveniste de la BnF : il se développe encore sur plusieurs parties. Des papiers sont gardés aux Archives du Collège de France : il s’agit d’un dossier personnel comprenant soixante et une pièces diverses (documents administratifs, bibliographie, notes, correspon­dances, etc.), complété par un don de six boîtes d’archives provenant de Georges Redard. Une autre partie des papiers est gardée à l’Université de Fairbanks en Alaska : la bibliothèque de l’Université détient vingt-sept carnets d’enquêtes de Benveniste et des notes autographes concernant les langue amérindiennes d’Amé­rique du Nord. Finalement il nous reste sa bibliothèque, gardée à la Bibliothèque de l’Institut de linguistique de l’Université de Berne (Suisse). Pour plus de renseignements autour des papiers laissés par Émile Benveniste, cf. Brunet (2011, 2012).

8 Magasinier des collections patrimoniales au Département des Manuscrits.

9 Jean Lallot, agrégé de grammaire, docteur en linguistique, ancien élève de lÉcole normale supérieure, est maître de Conférences de linguistique grecque à l’ENS (Ulm) retraité. Ses intérêts portent sur l’histoire et lépistémologie des sciences du langage dans lantiquité classique. Il est aussi spécialiste de la grammaire grecque antique et du grec moderne.

10 Le fonds Benveniste est depuis quelques années devenu objet détude de léquipe « Génétique du texte et théories linguistiques » de lITEM (Institut des Textes et Manuscrits Modernes).

11 « Bally préservera seulement ses propres textes finaux non publiés et certains brouillons et notes préparatoires pour les cours – mais en précisant: «Aucun de ces manuscrits ne doit faire l’objet d’une pu­bli­cation posthume» (BGE, Ms.fr. 5019/12/c) – et éliminera de manière systématique les textes intermédiaires » (Chidichimo 2015, 125).

12 « Env. » signifie « enveloppe » et lindication F est le numéro de folio qui corresponde à la numérotation des archivistes de la BnF.

13On abordera dans un deuxième travail quelques réflexions que Benveniste a élaborées au sujet du duel

14 L’enveloppe fait partie des manuscrits que Moïnfar avait été chargé de ranger.

15 Annuaire de l’École Pratique des Hautes Études, 1936-1937, 44 ; 113.

16 Annuaire de l’École Pratique des Hautes Études, 1937-1938, 79-80 ; 147.

17 Je tiens à remercier Irène Fenoglio pour ces informations.

18 Il sagit de comptes-rendus rédigés par Benveniste et parus dans le Bulletin de la Société de Linguistique de Paris de 1938. À savoir :

  • Hjalmar Frisk, Indogermanica, Göteborg, 1938, BSL 39, fasc. 3 (n. 117), p. 22 ;

  • W. Couvreur, De hettitische , Louvain, 1937, BSL 39, fasc. 3 (n. 117), pp. 23-25 ;

  • Holger Pedersen, Hittitisch und die anderen indoeuropäischen Sprachen, Copenhague, 1938, BSL 39, fasc. 3 (n. 117), pp. 26-27 ;

  • Bedrich Hrozny, Les Inscriptions « hittites hiéroglyphiques », Livraison III, Prague, 1937, BSL 39, fasc. 3 (n. 117), pp. 28-29 ;

  • Das nordarische (sakische) Lehrgedicht des Buddhismus, Text und Übersetzung von Ernst Leumann aus dem Nachlass hrsg. von Manu Eumann, Leipzig, 1933-1936, BSL 39, fasc. 3 (n. 117), p. 41 ;

  • Olaf Hansen, Die mittelpersischen Papyri der Papyrussammlung der Staatlichen Museen zu Berlin, Berlin 1938, BSL 39, fasc. 3 (n. 117), pp. 41-42 ;

  • Stig Wikander, Der arische Männerbund, Lund, 1938, BSL 39, fasc. 3 (n. 117), pp. 42-43 ;

  • Vladimir Georgiev, Die Trager der Kretisch-Mykenischen Kultur, ihre Herkunft und ihre Sprache, Sofia, 1937-1938, BSL 39, fasc. 3 (n. 117), pp. 56-57 ;

  • Tabulae Iguvinae, Editae a Iacobo Devoto, Rome, 1938, BSL 39, fasc. 3 (n. 117), pp. 61-62.

19 André Ombredane (1898-1958), agrégé en philosophie et docteur en médecine, était un médecin et psychologue français. Il publia en 1939, avec Marguerite Durand et Théophile Alajouanine, la recherche La syndrome de désintégration phonétique dans l’aphasie.

20 Pour plus de renseignements autour des cours des linguistes on consultera les références bibliographiques de D’Ottavi (2013).

21 Il faut quelques explications concernant la méthode de tran­scrip­tion : on a gardé les ratures de la main de Benveniste et on a indiqué entre crochets angulaires le texte écrit en interligne ou dans le bord du feuillet. Les abréviations telles que sg. et plur. ont été réso­lues. Là où le texte est illisible, on l’a indiqué par [ill.].

22. Voire à ce propos Zinzi (2014).

23 L’article a paru pour la première fois dans les Cahiers Ferdinand de Saussure, 20 (1963), Libraire Droz, Genève.

24 Ferdinand Brunot (1860-1938), linguiste et philologue français. Premier occupant d’une chaire d’histoire de la langue française en Sorbonne, créée à son intention, son œuvre maîtresse est l’Histoire de la langue française (1933). La pensée et la langue (1922) est un traité doctrinaire qui récuse les classifications aristotéliciennes traditionnelles « pour leur substituer une théorie nouvelle du langage, qui prend en compte les données de la pensée avant d’enfermer le discours dans des catégories grammaticales figées » (la citation est issue de la page en ligne dédiée à Brunot, dont l’adresse est http://www.arllfb.be/composition/membres/brunot.html).

25 Nous soulignons.

26 Revue internationale née des discussions entamées dans les Cercles linguistiques de Prague et de Copenhague ainsi que dans les Congrès internationaux pour servir d’organe du nouveau courant de la linguistique, notamment le structuralisme. Les mots d’intro­duction au premier numéro de la revue se révèlent parti­culièrement significatif : « Le point de vue structural, la conception de la langue dans sa totalité, dans son unité et dans son identité, se manifeste de plus en plus dans la linguistique aujourd’hui. Cette conception acquise, on en est déjà à la discussion des principes et méthodes à employer en linguistique structurale, et on procède déjà à l’appli­cation dans le monde des langues » (Bröndal-Hjelmslev 1939, 1).

27 «La forme linguistique est […] non seulement la condition de transmissibilité, mais d’abord la condition de réalisation de la pensée » (Benveniste 1966, 64).

28 Benveniste (1966, 63-74), a paru pour la première fois dans Les études philosophiques, 4 (oct.-déc. 1958), P.U.F., Paris.

29 Père Pierre de Menasce (1902-1973) avait été élève de Benveniste à l’École des Hautes Études (cf. aussi Bader 1999, Chidichimo 2017).

30 Il est difficile de repérer des informations sur le séjour Suisse de Benveniste: cf. à ce sujet Redard (2012) et Chidichimo (2017).

31 Albert Debrunner (1884-1958) avait fait ses études de philologie classique et de linguistique indo-européenne à Göttingen et Bâle. Il occupa la chaire de linguistique indo-européenne et de philologie classique à l’Université de Berne de 1935 à 1954.

32. « Cher collègue ! Je vous envoie l’essai de Jakobson et mes deux articles concernant le duel (matériaux inclus). Vous pouvez garder les deux sans problèmes pour quelques semaines.

Le bel après-midi d’hier va rester longtemps dans mes souvenirs les plus agréables. Votre, A. Debrunner » (notre traduction).

33 Debrunner A. 1926, « Zum erweiteren Gebrauch des Duals », Glotta 15, 14-25.

34 Debrunner A. 1943, « Dual ζυγοί? Die Geschichte einer Hypothese », Revue d’Études Indo-européennes 3, 172-174.

35 Gianfranco Contini (1912-1990) était un philologue et critique littéraire : en 1938 il fut nommé professeur de Philologie Romane à Fribourg en succédant à Bruno Migliorini.

36 Pour plus de renseignement autour de la composition et de la publication de l’essai, cf. Jahr (2011).

37 « Un jour Benveniste me signala avec un vif intérêt des études que Roman Jakobson, abordé en Suisse dans son fuite des tyrannies, avait publié à Uppsala, dédiées à l’aphasie du côté de la structure linguistique » (notre traduction).

38 Contini (1998) décrit bien les habitudes de Benveniste à Fribourg.

CFP: Romanian Structuralism

The fourth special issue of Acta Structuralica (second semester 2018) will be devoted to Romanian structuralism. It will be edited by Iulian Apostolescu (Bucharest) and Prof. Aurel Codoban (Cluj-Napoca). High quality abstracts are invited in any area of structuralism, including but not limited to the structuralist movement and post-structuralism.

About Acta Structuralica

Acta Structuralica is an international, peer-reviewed, open access journal. It publishes original studies as well as archival materials, working documents (bibliographies, indexes, datasets, etc.), and translations of both sources materials and secondary research related to structuralism and its history (for a more details on the scope of accepted materials, see the submission guidelines). Contributions can be submitted all year round in English, French, German, Italian, Russian and Spanish (more languages are accepted for source materials). Once accepted and reviewed, contributions are published immediately in digital form in the journal’s current volume. Contributions can also be curated into thematic dossiers. In addition to its main volume, Acta Structuralica will publish special issues on selected topics.

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A New Voice For Structuralist Research

In its heyday in the 1960s, “structuralism” was one of the most influential movements in the human and social sciences.  That influence, however, was always contentious and waned as soon as the early 1970s. Since then, structuralism has attracted rather sporadic attention, usually focused on specific figures such as Ferdinand de Saussure, Claude Lévi-Strauss or Roland Barthes. It has also been dismissed as a coherent, productive method and relegated instead to the status of a passing “fad”. Against this background, the aim of Acta Structuralica is to provide a strong venue where research on all aspects of structuralism can aggregate and coalesce into renewed approaches and coherent perspectives on what, we firmly believe, is still a foundational paradigm.

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Editor & Editorial Board

Acta Structuralica is edited by Dr. Simone Aurora (Padova/Freiburg) in consultation with an international, multidisciplinary board of leading specialists.

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