Verbal, linguistique et langagier : Enunciazione e antropologia del gesto mentale

pp.51-76

https://doi.org/10.19079/actas.2018.1.51

ISO 690

La Mantia, Francesco. Verbal, linguistique et langagier. In: Acta Structuralica, 2018, 3 (1), pp.51-76 [http://doi.org/10.19079/actas.2018.1.51]

Harvard Style

La Mantia, F. (2018). Verbal, linguistique et langagier. Acta Structuralica. 3 (1), pp.51-76. [http://doi.org/10.19079/actas.2018.1.51]

MLA Style

La Mantia, Francesco. "Verbal, linguistique et langagier." Acta Structuralica, vol.3 (1)2018, pp.51-76. [http://doi.org/10.19079/actas.2018.1.51]

PDF

Abstract

Proverò a discutere una partizione introdotta nel lessico tecnico della teoria delle operazioni predicative ed enunciative di Antoine Culioli (d’ora in poi, TOPE). Tenterò di chiarire in particolare il significato della distinzione tra «verbale» (verbal), «linguistico» (linguistique) e «linguaggero» (langagier). Allo scopo, approfondirò un concetto, recentemente introdotto da Culioli che gioca un ruolo operativo di capitale importanza nell’economia generale di TOPE, quello di «gesto mentale». Sulla base di questo approfondimento proverò, da un lato, a esaminare i nessi su cui la partizione è articolata e, dall’altro, tenterò di leggere il «gesto mentale» di Culioli alla luce di un programma di ricerca oggi al centro di un rinnovato interesse in taluni ambiti dell’indagine antropologica e linguistico-cognitiva. Mi riferisco all’Antropologia del gesto di Marcel Jousse. Grazie a quest’approfondimento tematico, cercherò di stabilire alcune ana­logie potenziali tra i «gesti mentali» di Culioli e i «mimemi» di Jousse. Nelle conclusioni, dopo un veloce riepilogo, proverò a ripercorrere critica­mente l’architettura generale della partizione culioliana sollevando alcune questioni che restano aperte nell’ambito dei temi trattati.

Full Text

È nel 1965 alla Bouloie, a Besançon, che ho introdotto il termine «linguaggero» di fronte a 120 linguisti molti dei quali autorevoli. Per me era un termine importante. […] Forte reazione dell’uditorio che mi rispose: «Questa parola non non significa nulla».

Antoine Culioli

1 | Introduzione

Proverò a discutere una partizione introdotta nel lessico tecnico della teoria delle operazioni predicative ed enunciative di Antoine Culioli (d’ora in poi, TOPE). Tenterò di chiarire in particolare il significato della distinzione tra «verbale» (verbal), «linguistico» (linguistique) e «linguaggero» (langagier) (cf. Culioli 1976, 2014, La Mantia 2014). Allo scopo, approfondirò un concetto, recentemente introdotto da Culioli che gioca un ruolo operativo di capitale importanza nell’economia generale di TOPE, quello di «gesto mentale» (cfr. Culioli 2011). Sulla base di questo approfondimento proverò, da un lato, a esaminare i nessi su cui la partizione è articolata e, dall’altro, tenterò di leggere il «gesto mentale» di Culioli alla luce di un programma di ricerca oggi al centro di un rinnovato interesse in taluni ambiti dell’indagine antropologica (cfr. Citton 2012) e linguistico-cognitiva (cfr. Bottineau 2013). Mi riferisco all’Antropologia del gesto di Marcel Jousse (cfr. Jousse 2009). Grazie a quest’approfondimento tematico, cercherò di stabilire alcune ana­logie potenziali tra i «gesti mentali» di Culioli e i «mimemi» di Jousse. Nelle conclusioni, dopo un veloce riepilogo, proverò a ripercorrere critica­mente l’architettura generale della partizione culioliana sollevando alcune questioni che restano aperte nell’ambito dei temi trattati.

2 | Definizioni di servizio

Nell’ottica di TOPE, “verbale”, “linguistico” e “linguaggero” sono eti­chette metalinguistiche che corrispondono a livelli di descrizione peculiari dell’attività di linguaggio. La prima etichetta, “verbale”, è adoperata in riferimento ai processi di audizione e fonazione che caratterizzano il piano dell’interlocuzione: «verbale: produzione (nel senso di fonazione) e audi­zione» (Culioli 1976, 4). La seconda, “linguistico”, è adoperata in riferimento al complesso di regole che specificano l’apparato formale di una lingua storico-naturale: «linguistico: qualifica un sistema di relazioni esistente in una lingua, e, in generale, l’insieme di regole di cui un soggetto si è appropriato» (Ibidem). La terza, “linguaggero”, è adoperata in riferimento alle operazioni di linguaggio eseguite entro situazioni date: «linguaggero rinvia all’attività di linguaggio dei soggetti entro situazioni date» (Ibidem). Una presentazione così rapida – basata, peraltro, su definizioni minimali – merita qualche nota di commento.

3 | Che cosa si intende per attività di linguaggio?

Mi concentrerò anzitutto sull’espressione “attività di linguaggio” intorno a cui ruota la definizione di “linguaggero”. Con una buona dose di approssi­mazione, il termine “attività di linguaggio” designa l’insieme di pratiche ed operazioni soggiacenti alla circolazione dialogica del senso. Esso si riferisce così a una varietà estesa di fattori eterogenei che comprende grosso modo: a) contenuti mentali non immediatamente (o non necessariamente) verbalizzati; b) condotte di ordine mimico-gestuale basate sul corpo – e, in senso ampio, sull’esperienza della corporeità; c) riti e ritualizzazioni ancorate agli immaginari mitici delle culture; d) ogni forma di prassi all’origine di tecniche, artefatti o strumenti che sono il precipitato (e spesso la miscela) di valori estetici, religiosi e funzionali. TOPE chiama “ideo-prassi” il complesso di tali fattori. L’attività di linguaggio è in tal senso un caso esemplare di attività ideoprassica: «[…] il linguaggio è un’attività ideo-prassica […] il lato prassico del linguaggio definisce tutto un insieme di condotte, comprese le condotte gestuali che impegnano il corpo […] Resta il fatto che il linguaggio è un’attività simbolica che bisognerà definire. […] E sappiamo bene che pro­prio perché – in modo molto generale – possiamo dire che il linguaggio è un’attività simbolica o ideoprassica, esso interessa numerosi domini differenti. Per esempio, quello dell’attività psichica. E in tal caso è abbastanza difficile stabilire in modo soddisfacente la relazione che esiste tra linguaggio e pensiero» (Ibidem, 3-4, corsivi mei). O ancora: «[…] il gesto e lo strumento si combinano entro condotte significanti ritualizzate oppure no […] pren­deremo così in considerazione anche i gesti, inclusi quei gesti facciali che sono le mimiche […]» (Culioli 1993, 161-162). Da questo primo appro­fondimento del termine discendono alcune conseguenze fondamentali.

3.1 Irriducibilità del linguaggero e fenomeni di ibridazione

Innanzitutto, una conseguenza sul piano terminologico ed epistemo­logico: i vocaboli “linguaggero” e “ideoprassico” sono equivalenti e rinviano allo stesso livello di descrizione. Per la precisione: il livello al quale i fenomeni esaminati assumono la forma di “luoghi ibridi” – ossia domini in cui inter­feriscono aspetti differenti della cognizione. Da qui una seconda conseguenza di pari tenore: la sfera del linguaggero non può essere ricondotta né alla sfera del linguistico né a quella del verbale. Culioli (1981, 50) chiarisce molto bene questo punto con particolare riferimento agli apparati formali delle lingue. In breve, le analisi di ordine strettamente linguistico si arrestano ai testi – o configurazioni, nel lessico di TOPE – e alle lingue da cui essi dipendono. Le analisi di ordine linguaggero invece si estendono al di là (o al di qua) dei testi e coprono generi di espressività che non si manifestano necessariamente attraverso il medium formale delle lingue. Per esempio: l’espressività corporea in tutte le sue articolazioni possibili (motoria, gestuale, posturale); ma così pure l’espressività onirica (archetipi, creature fantasmatiche), e così via. La sfera del linguaggero corrisponde dunque a un campo di fenomeni più ricco della sfera del linguistico – e questo, grosso modo, spiega lo scarto qualitativo tra i due livelli: «[…] il linguaggero non può essere ricondotto al linguistico nel senso stretto del termine, vale a dire a semplici configurazioni che passano attraverso una lingua data, poiché abbiamo a che fare con un dominio che comprende l’attività simbolica, cognitiva, etc.».1 Pertanto, «siamo obbligati ad avere un certo numero di luoghi ibridi». Quanto al divario tra linguaggero e verbale, esso si riduce al fatto che vi è tutta una parte dell’attività di linguaggio al di fuori dell’interlocuzione – ovvero una razionalità silenziosa (cfr. Culioli & Normand 2005). Con questo termine, TOPE si riferisce a un vasto repertorio di operazioni mentali, per lo più inconsce, che garantiscono la circolazione dialogica del significato e che risultano ancorate a basi di esperienza corporea da cui dipendono, come si è visto, alcune forme di attività linguaggera fondamentali. Nei termini di Normand (2009:36): «[…] una “razionalità silenziosa” all’opera in processi contemporaneamente cognitivi e affettivi, inseparabili da un impegno corporeo […]». Queste, in sintesi, le differenze principali tra linguaggero, linguistico e verbale. Si tratta di distinzioni preziose perché permettono di esaminare i fenomeni di linguaggio su più livelli di dettaglio evitando il rischio di pericolose confusioni terminologiche. Bisogna aggiungere, però, al fine di fugare equi­voci non meno fuorvianti, che tali distinzioni non prevedono affatto una struttura a compartimenti stagni. L’orientamento generale di TOPE è diverso: essa presenta linguistico e verbale come sotto-sfere del linguaggero e ammette la possibilità di ampi margini di sovrapposizione tra una sfera e l’altra. La nozione di “gesto mentale”, comparsa in alcuni preziosi contributi di recente pubblicazione (cfr. Culioli 2011, Ducard 2009, 2011, 2012), offre una via d’accesso privilegiata alla forma di tali sovrapposizioni.

3.2 Una citazione

Per cominciare, una citazione: «[…] di fronte alla complessità dell’attività di linguaggio, alla diversità dei testi e delle situazioni così come alla singo­larità delle lingue, il metodo deve farsi ampio e raffinato nelle osserva­zioni, e, nello stesso tempo, unire la materialità dei gesti umani in situazione e l’idealità […] dei gesti mentali di cui le lingue ci forniscono la traccia» (Culioli 2006, 368-369, corsivi miei). Si tratta di un passo che condensa in poche righe quasi tutti i livelli di descrizione ammessi da TOPE: c’è il linguaggero (la complessità dell’attività di linguaggio e la materialità dei gesti umani in situazione), c’è il linguistico (la diversità dei testi e la singolarità delle lingue). Manca invece un riferimento esplicito al verbale. Altrove però leg­giamo che i gesti di cui deve tener conto l’analisi metalinguistica non sono solo le mimi­che facciali, con annessi movimenti delle braccia, delle mani, del capo, etc., ma anche i movimenti degli organi fonatori, ovvero i “gesti fonici”: «prende­remo in considerazione anche[…] i gesti fonici, che sono la prosodia o l’into­nazione» (Culioli 1993, 162). Si può così supporre che “la materialità dei gesti umani in situazione” comprenda anche i gesti fonici. Con una metafora: che il verbale si annidi tra le pieghe del linguaggero.2 Ma c’è di più: ogni gesto (mimico, fonico e in senso ampio corporeo) ha una controparte psichica (l’idealità dei gesti mentali) che si manifesta, tra l’altro, attraverso il medium formale delle lingue. Proseguendo nel gioco metaforico: che il linguaggero sia sedimentato nel linguistico. Fuor di metafora: l’indica­zione generale del passo citato è che i confini tra le tre sfere sono mobili e garantiscono la descrizione di fenomeni (o luoghi) ibridi – nel senso di §3.1. La nozione di gesto mentale, che copre una porzione più che rappre­sentativa di tali fenomeni, offre un’occasione preziosa di chiarimento delle interferenze tra aspetti diffe­renti della cognizione su cui TOPE basa la propria definizione di luogo ibrido.

4 | Gesti mentali

L’espressione “gesto mentale” ricorre nella cultura filosofica di lingua fran­cese (cfr. Citton 2012, 17, Simondon 2005, 560, La Garanderie 1987) e talora nelle semantiche cognitive anglo-americane (Langacker 2009, 120). TOPE adopera tale espressione in riferimento all’ipotesi secondo cui le forme dell’esperienza senso-motoria e gestuale sono in relazione costante con l’attività mentale soggiacente alla costruzione del significato – ossia con le operazioni di rappresentazione, referenziazione e regolazione. Nelle parole di Culioli (2011, 8): «Dopo diversi anni, sono arrivato ai gesti mentali. Ricordo di cosa si tratta: introdurre la relazione tra, da un lato, tutta la nostra attività sensomotrice e, dall’altro, i nostri gesti in vista di un’azione: tramite ciò vi è una mobilitazione delle nostre Rappresentazioni (di ordine mentale) che è inserita in situazioni esistenti (dunque: Referenziazione […]) e sempre accom­pagnata da Regolazione […]».3 Per il livello di generalità adottato, tralascerò l’approfondimento della terminologia tecnica al fine di discutere il significato complessivo dell’ipotesi in questione.

4.1 Gesti mentali: dal testo ai “semantismi”

Ducard (2009) e Ducard (2012) offrono al riguardo alcuni spunti di riflessione pre­ziosi. Un’indicazione in particolare chiarisce il significato dell’intuizione culioliana: i gesti mentali sono il risultato della registrazione psichica (o interiorizzazione) di esperienze corporee che interessano congiuntamente l’attività motoria e gestuale. I testi – e, più in generale, ogni espressione linguistica – sono la manifestazione verbale di gesti mentali. Questo è quanto si può leggere in Ducard (2009, 68): «La nozione di gesto mentale poggia sull’ipotesi di fondazione secondo cui l’attività di linguaggio è il prodotto di un’attività simbolico-gestuale, sulla base di un processo di trasmutazione di una senso-motricità interiorizzata in rappresentazioni mentali di cui i termini linguistici sono le tracce verbali». Nello stesso spirito, Ducard (2012, 49) afferma: «A. Culioli chiama […] gesti mentali […] delle condotte corporee interiorizzate e convertite in rappresentazioni mentali trasposte in condotte verbali». I passi citati introducono nello spazio di poche righe parecchi concetti da approfondire. Anche in una forma così contratta però essi confermano alcuni dei punti cui si è accennato precedentemente. Nel caso specifico: che i gesti mentali sono il luogo di intersezione di tutte e tre le sfere dell’attività di linguaggio4. È in questo senso che si tratta di “luoghi ibridi”: ogni gesto mentale è presentato come il precipitato cognitivo di esperienze corporee – e latamente “prassiche” – (sfera del linguaggero) ricostruibili a partire da sequenze testuali (sfera del linguistico) prodotte nel corso di uno scambio interlocutorio (sfera del verbale). Più precisamente: i gesti mentali sono radicati nelle dotazioni semantiche (o “semantismi”) di ciascuna unità testuale – o anche di singole unità lessicali. Spetta all’analisi metalinguistica risalire dalle unità ai semantismi: «Le rappresentazioni legate all’attività di linguaggio sono schemi (esquisses) senso-motori di cui abbiamo traccia nel semantismo delle parole».5 Tra gli esempi reperibili in letteratura, vi è il russo somnenie (dubbio) esaminato in Culioli (2006, 371).

4.2 Un caso di studio: somnenie

Dopo aver analizzato alcuni aspetti metalinguistici della locuzione vrjad-li (“è dubbio/ è poco probabile che”), l’Autore passa all’esame di somnenie osservando che in russo antico esso è il traducente dei termini greci eulabeia (circospezione, cautela) e deos (timore): «Quanto alla parola russa per dubbio (somnenie) è stata impiegata in russo antico per tradurre il greco eulabeia (circospezione, cautela) e deos (timore)» (Culioli 2006, 371). L’indagine si concentra successivamente sul primo termine, eulabeia; in particolare, sul prefisso, eu (bene) e sulla radice lab – da cui, tra l’altro, lambanein (prendere). Il valore ricostruito su base etimologica è così “prendere bene” nel senso di “maneggiare con cura” ossia “agire”, “affrontare una situazione con pru­denza”: «In eulabeia troviamo eu (bene) e lambanein (prendere): procedere (agire, affrontare una situazione con prudenza)» (Ibidem). All’etimologia sono associati in via del tutto congetturale certi tipi di azione che richiamano alcuni dei sensi suggeriti. Per esempio, i movimenti delicati di un archeologo nel corso di uno scavo oppure quelli ancor più lenti e cauti di un artificiere impegnato nella bonifica di un campo minato. Per tagliar corto, gesti – o, come forse sarebbe meglio dire, “condotte prassico-gestuali” – che richiedono precisione, senso della misura e attenzione per ciò che si sta compiendo: «Basta pensare a degli archeologi che fanno uno scavo, con pinze flessibili, con gesti misurati per evitare che lo stato sospeso porti alla catastrofe; o ancora degli artificieri: essi vantano un’attitudine fatta di precisione e cautela, ma sanno di stare in una zona incerta, di transizione, in cui occorrono gesti delicati; insomma, essi sanno come agire (ci sanno fare) al fine di portare a termine il proprio lavoro» (Ibidem). Di conseguenza, la ricostruzione metalinguistica dei gesti mentali soggiacenti sfrutta e fa interagire fonti di sapere differenti: dall’etimologia alla memoria dei gesti corporei fino alla conoscenza di pratiche, abitudini e tradizioni che variano nel tempo e nello spazio. Per citare ancora una volta Ducard (2009, 68): «[…] il linguista dispone di un certo numero di positività: gesti concreti, forme verbali empiriche, origini etimologiche che recano in sé le tracce di stati primordiali, oggetti tecnici e azioni legate a pratiche, abitudini, tradizioni». Bisogna capire in che senso e in che misura ciascuna di esse permette di accedere al gesto mentale ipotizzato.

4.3 L’etimologia come glossa

Quanto alle etimologie, si tratta di strumenti filologici adoperati da TOPE per indicare la presenza di un legame tra la forma verbale esaminata e le condotte prassico-gestuali suggerite. Più che fornire però una prova certa del nesso istituito, il lavoro etimologico offre un commento sintetico (o glossa) al ragionamento metalinguistico che permette di risalire dalla forma alle condotte: «[…] in Culioli l’indagine etimologica, non è tanto una prova in sé, bensì una glossa che permette di confermare il ragionamento sulle tracce fornite dalla storia delle forme» (Ducard 2009, 70). L’onere della prova spetta al ragionamento nel suo complesso e interessa principalmente la scommessa teorica presa in carico: i gesti mentali come interiorizzazione di condotte prassico-gestuali. L’etimologia, se interpretiamo correttamente il cauto monito di Ducard (2009, 70), è, al più, rivelatrice di tracce psichiche di gesti corporei sedimentate nelle dotazioni semantiche dell’unità linguistica. La portata generale dell’ipotesi si estende invece ben al di là dei limiti dell’analisi etimologica comportando un impegno specifico sulla natura della cognizione umana e, in particolare, sulle basi corporee dell’attività di linguaggio. Questo aspetto è chiarito brevemente in Culioli & Ducard (2011, 145), con particolare riferimento ad alcune delle difficoltà che esso comporta: «Ducard: […] Lei (i.e. Culioli, scilicet) riconduce le rappresentazioni e le operazioni dell’attività di linguaggio a gesti mentali di cui le stesse forme semantiche recano in sé le tracce. […] Il che obbliga, d’altra parte, il suo lettore (o ascoltatore) a compiere uno sforzo di immaginazione per ritrovare la gestualità trasposta in rappresentazioni e operazioni di ordine simbolico». Come si evince dal passo citato, l’idea di gesto mentale prevede un passaggio – una trasposizione, nel lessico di Ducard (2011) – dal corporeo al simbolico, ossia la trasformazione di esperienze senso-motorie in contenuti cognitivi che passano attraverso il filtro delle culture. Per il linguista, i testi prodotti nel corso di uno scambio verbale sono il dispositivo principale di manifestazione di tali contenuti, giacché egli interpreta le culture nei termini di istituzioni linguistico-verbali. Il ricorso all’etimologia si inscrive in questo ordine di idee: essa è l’indicatore di condotte prassico-gestuali interiorizzate che occorre indagare per reperire nei testi le tracce di trasposizioni operanti dal corporeo al simbolico. Il chiarimento di tali meccanismi però trascende i limiti dell’etimologia e richiede l’intervento di altre competenze. Pertanto, se il linguista è in grado di riconoscere nei testi le tracce di condotte prassico-gestuali interiorizzate, è compito dell’antropologo e del neuro-scienziato esaminare i processi di interiorizzazione di tali condotte. L’invito al confronto interdisciplinare è una vocazione peculiare di TOPE che può essere apprezzata approfondendo il ruolo di almeno un’altra fonte: la memoria dei gesti corporei.

5 | Approfondimenti antropologici: la memoria dei gesti corporei

Ducard (2009) e Ducard (2011) dedicano al tema riflessioni molto interessanti. Il riferimento a Jousse (1974, 1975, 1978) amplia il quadro teorico generale e permette di discutere l’ipotesi del gesto mentale nell’ottica di un’antropologia culturale del linguaggio: «[…] introdurre il gesto mentale […] in una teoria linguistica dell’enunciazione […] nella prospettiva di una antropologia culturale del linguaggio» (Ducard 2009, 71). Con questa locuzione, vicina alla terminologia di Jousse (1978, 686; 722-725), l’autore intende riferirsi probabilmente a una disciplina che indaghi nelle diverse culture tutte le articolazioni possibili dell’espressione umana. Si tratta di un progetto scientifico enucleato, sia pure sotto forma di domanda retorica, in Jousse (1978, 686) – là dove però, invece di “antropologia culturale del linguaggio”, leggiamo “antropologia linguistica”: «Occorre forse precisare che, per “Antropologia linguistica”, intendiamo tutta l’antropologia dell’espressione umana logica, qualunque sia, d’altra parte, la forma – corporea, laringo-boccale o grafica – di questa espressione intelligente […]?». L’analisi assume contorni più precisi una ventina di pagine dopo dove la locuzione “Antropologia linguistica” è sostituita da “Antropologia del Linguaggio”. Al mutamento terminologico segue il chiarimento degli obiettivi disciplinari identificati con l’esame complessivo della gestualità umana – di tutta la gestualità umana: «[…] una delle ramificazioni più delicate dell’Antropologia (è) […] l’Antropologia del Linguaggio o scienza della gesticolazione significativa» (Jousse 2009[1978], 722). Le nozioni di mimema (mimème) e “intussucezione” (intussusception) sono alla base di questo esame e giocano un ruolo chiave nell’analisi dei gesti corporei.

5.1 Mimemi e intussucezioni

Il vocabolo “mimema” designa il risultato di un lavoro cognitivo che prende l’avvio dagli organi corporei di ricezione (tatto, vista, udito, etc.). Esso prevede due fasi (ovviamente differenti ma) strettamente correlate: gioco (jeu) e rigioco (rejeu). Il termine “gioco” si riferisce all’attivazione di tali organi, ossia ai meccanismi tramite cui l’apparato sensoriale umano accoglie e seleziona gli stimoli esterni – che hanno forma di interazioni: «Il gioco è il flusso di interazioni esterne (l’extérieur interactionnel) che s’imprime, s’inserisce in noi» (Jousse 2009[1974], 62). La metafora della sanguisuga, introdotta poco prima di questa definizione, indica che si tratta di processi automatici e in larga parte inconsapevoli: «Noi siamo come tante innumerevoli sanguisughe e non abbiamo bisogno di dire “porta qui, porta qui”. Ciò accade in noi, senza di noi» (Ibidem, 61, corsivi miei). Fuor di metafora: i recettori corporei sono in funzione sin dalla nascita e sensibili agli input esterni. Nei termini di Jousse (1974, 2009, 61): «Quante cose abbiamo ricevuto sin dal primo giorno di vita. Non appena siamo stati espulsi dall’utero materno, abbiamo registrato i nostri meccanismi recettori». Ma non è tutto. La costruzione di mimemi richiede almeno un’altra operazione, complementare all’attivazione degli organi recettori e consistente nella capacità di riprodurre, o produrre una seconda volta, quanto ricevuto. Il termine “rigioco” è riferito a tale capacità: «Sotto la sigillante pressione del reale, l’Anthropos si esprime come una cera fluida che non dovrebbe mai indurire. È questo il ri-gioco» (Ibidem, 62). Se il gioco è un’operazione in larga parte inconsapevole, il rigioco è un’operazione spontanea e, per così dire, inevitabile. L’uomo non può che rigiocare – nel senso stabilito – quanto ha recepito: «Non possiamo impedirci di rigiocare quanto entra in noi. Anche il bambino in fasce fa questo spontaneamente. Egli è sempre più irradiante di Mimemi […]» (Ibidem). Gioco e rigioco sono così anelli di una catena operativa che restituisce in forma di riproduzioni corporee interiorizzate (o mimemi) i flussi di interazioni esterne acquisite su base sensoriale: «[…] noi conosciamo ciò che, interagendo, si è impresso in noi ed è questo quel che si ex-prime. Ecco il rigioco […]» (Jousse 2009[1974], 62-63). Lo specchio scultoreo dalla superficie illimitatamente cangiante e fluida è forse l’espediente metaforico che più si addice alla resa intuitiva di tale processo: «[…] il composto umano, fatto di carne e di spirito, si comporta come uno strano specchio scultoreo infinitamente fluido e continuamente rimodellato» (Jousse 2004[1935], 5). La metafora, ripresa con altra termino­logia in Jousse (1974; 2009: 72), è preziosa perché allude a un aspetto peculiare delle operazioni di rigioco. Si tratta della possibilità, sperimentata dal costruttore di mimemi (o “mimatore”), di assumere la forma di quanto ricevuto, vale a dire, parafrasando Jousse (1978; 2009: 705), di “metamorfosizzarsi nell’oggetto mimato”: «L’uomo, come una sorta di micro­cosmo, riceve e rende in tutto il proprio essere corporeo e spirituale […] le innumerevoli azioni del macrocosmo […] A tal punto che il mimatore espressivo si metamorfosizza successivamente […] nell’[…] essere mimato e conosciuto […]». Tra gli esempi che l’Autore discute per approfondire quest’aspetto peculiare della costruzione mimemica, vi è il caso di un bambino allevato esclusivamente dalla madre. Analizziamolo. Fin dai pri­missimi istanti dell’addestramento verbale, la voce del bimbo tenderà a manifestare timbro e inflessioni tipiche della voce materna. Nella voce dell’uno sarà così possibile riconoscere la voce dell’altra: «[…] un bambino piccolo, esclusivamente allevato dalla madre, si trova a proferire in maniera del tutto inconscia i timbri e le inflessioni caratteristiche della pronuncia materna» (Jousse 2009[1978], 741). Il fenomeno è un effetto singolare di rigioco. La voce infantile reca in sé le tracce della voce materna – e può così “metamorfosizzarsi” in essa – perché l’apparato auricolare del bambino ne ha dapprima intercettato le vibrazioni sonore. Grazie alla coclea tali vibrazioni sono riprodotte nella forma di impulsi bio-elettrici “leggibili” dal cervello e ritrasmesse all’apparato laringo-boccale, che può quindi restituire in forma udibile (o megafonica) i suoni percepiti. Si danno allora due rigiochi: uno che sfrutta le risorse dell’apparato auricolare (rigioco microfonico) e un altro che sfrutta le risorse dell’apparato laringo-boccale (rigioco megafonico). In sintesi: «Il suono che si è giocato mimologicamente e microfonicamente nell’orecchio interno ha la tendenza a rigiocarsi mimologicamente e mega­fonicamente sulle labbra».6 Quanto al vocabolo “intussuscezione”, esso specifica, nella forma di designazione tecnica, le fasi precedenti il rigioco e da questo previste come condizioni preliminari alla costruzione mimemica: «Se siamo poveri di intussuscezioni, saremo poveri di rigiochi» (Jousse 2009[1974], 63). In buona sostanza, si tratta di un termine che indica, al pari di “gioco”,7 i meccanismi di assimilazione operanti nella recezione sensoriale di stimoli esterni. “Intussuscezione” pare però più adeguato di “gioco” e affatto compatibile con uno dei capisaldi teorici dell’antropologia joussiana, ossia l’idea secondo cui conoscere qualcosa equivalga a “inglobarla”. L’etimologia è in tal senso affatto trasparente e conforme alla metafora dell’inglobamento: «L’intussuscezione è la cattura (saisie) del mondo esterno (suscipere) portata all’interno (intus)» (Jousse 2009[1978], 702). Poco più avanti lo stesso punto è chiarito con maggior forza e incisività: «Conoscere un oggetto più o meno esaustivamente significa per un “composto umano” ricevere innanzitutto in sé […] un numero più o meno grande di azioni transitorie di quest’oggetto su tale o talaltro oggetto» (Ibidem, 703). Un’ultima indicazione: il concetto di intussuscezione interviene nella definizione di mimema allorché quest’ultimo è presentato come “gesto intussuscezionato”, ossia assorbito e riprodotto dal “composto umano”. Ciò è quanto si può leggere in Jousse (1935): «[…] un complesso di mimemi o gesti mimimologici intussuscezionati».8 Anche Ducard (2009, 71) coglie l’importanza di questo legame. Nei due paragrafi successivi, proverò a sviluppare alcune conseguenze teoriche di tale nesso tentando di legarle all’ipotesi del gesto mentale.

5.2 Intermezzo: dal gesto corporeo…

Prima di tutto una precisazione preliminare. Finora ho adoperato i concetti di gesto e gestualità affidandomi per lo più alle conoscenze tacite e intuitive del lettore. Ho deciso di procedere così perché mi è parsa una scelta più economica. Pertanto, anche nella stesura del paragrafo in corso (e di quelli seguenti) mi atterrò al rispetto di questo principio minimo con una lieve trasgressione che preannunzia contenuti di cui tratterò in seguito. Mi riferisco a una prima, e sia pure approssimativa, definizione di “gesto”. In Jousse (1978, 2009, 687-688), il vocabolo designa ogni sorta di movimento (conscio, inconscio, visibile, invisibile, etc.) compiuto dall’essere umano; anzi, dal “composto umano”. La motricità è così, nell’ottica dell’Autore, un ingrediente essenziale del gesto: «Chiamiamo gesti tutti i movimenti che si eseguono nel composto umano. Visibili e invisibili, consci e inconsci, volontari o involontari, essi accusano non di meno la stessa natura essen­zialmente motrice. […] Nell’uomo non è dapprincipio tutto “motricità”?». Aggiungo subito però che si tratta di un modo di presentazione abbastanza diffuso in letteratura e peraltro non immune da critiche. La più frequente è senza dubbio quella che mira a distinguere i gesti dai movimenti corporei puri e semplici. Secondo questo rilievo, avanzato da studiosi autorevoli come Kendom (2004) e fatto proprio da ricercatori di ultima generazione come Calbris (2011), è gesto ogni azione neuromuscolare (o movimento visibile del corpo) che comporti l’esecuzione di un atto comunicativo. Sulla base di questa definizione ristretta, non tutti i movimenti corporei sono gesti ma solo quelli investiti da un ruolo comunicazionale ben determinato. I rimandi di Culioli (2006) e Culioli (2011) alla sfera della gestualità non sembrano entrare nel merito di queste distinzioni. La nozione di gesto è data per acquisita, mentre la definizione di “gesto mentale” tende ad accorpare condotte senso-motorie e gesti finalizzati all’esecuzione di compiti specifici – o prassie. Inoltre, una lettura più avvertita dei testi esaminati mostra che le analisi di TOPE non sono limitate alle sole condotte visibili – come richiederebbe la definizione ristretta di “gesto” – ma includono tutti quegli aspetti dell’attività senso-motoria interni al soggetto, e perciò invisibili. Questo è quanto si può leggere in Culioli (2011, 10): «[…] la contraddizione del linguista è che esiste un’attività corporea interna, senso-motoria a cui non abbiamo accesso; e tuttavia, egli si occupa di cose alle quali abbiamo accesso». Il riferimento fugace a una senso-motricità interna non meglio qualificata – di cui però si possono fornire parecchi esempi (contrazioni muscolari degli organi fonatori, battiti del cuore, movimenti respiratori, etc.)9 – indica così che il metodo d’indagine di TOPE è orientato verso una concezione della gestualità “estesa” compatibile con buona parte delle intuizioni sviluppate dall’antropologia mimemica di Jousse. Quanto allo statuto comunicativo (o semio-comunicativo) del gesto, anch’esso è un punto sul quale TOPE non si impegna direttamente. Alcuni passi di Ducard (2009), in particolare Ducard (2009, 69-70), parrebbero confermare quest’aspetto peculiare. L’unica definizione esplicita di “gesto” riportata dall’Autore è ispirata infatti ad Armstrong et alii (2004) che aderisce a un “ideale” ristretto di gestualità: «Il gesto è compreso […] come un’attività neuromuscolare di ordine semiotico […] o di ordine linguistico (attraverso segni visivi o vocali convenziona­lizzati)». In realtà, il chiarimento proposto non sottende affatto l’appro­vazione di quest’ideale – e nemmeno la disapprovazione. Nelle linee essenziali, il contributo di Ducard (2009) resta dunque improntato alla massima cautela e non si discosta molto da Culioli (2006) o Culioli (2011). L’appro­fondimento di cui si fa carico (l’ipotesi del gesto mentale) e l’accosta­mento implicito suggerito (il gesto mentale come mimema) rappresentano invece due elementi di novità su cui occorre riflettere.

5.3 …al gesto mentale come mimema

Sul primo argomento, vale quanto discusso nei paragrafi 5, 5.1 e 5.2. Per quanto riguarda la seconda questione, è un’opzione teorica che proverò a giustificare nel corso di questo paragrafo. Vengo subito al punto: il concetto di mimema permette di approfondire un aspetto centrale dell’ipotesi del gesto mentale. Mi riferisco alle trasposizioni dal corporeo al simbolico cui ho accennato in § 4.3 con particolare riferimento a Culioli & Ducard (2011). Ricordo brevemente in cosa consistono tali processi: si tratta della trasformazione di esperienze senso-motorie in rappresentazioni mentali che “confluiscono” nelle dotazioni semantiche delle unità lessicali. Per descrivere questa trasformazione, l’Autore ricorre all’archetipo della chòra, ossia alla matrice (o ricettacolo) di cui parla il Timeo platonico e da cui il Demiurgo avrebbe plasmato tutto ciò che esiste. Stando a quanto riferisce Ducard (2009, 68), il vocabolo greco designa, nell’ottica di Culioli, la sede in cui avrebbero luogo i passaggi da una sfera all’altra: «Per qualificare il luogo intermedio di passaggio dal corporeo al simbolico, A. Culioli si riferisce a un ricettacolo, chòra in Platone (Timeo) – “un vuoto in attesa di” – che designa ciò che è situato tra sensibile e intellegibile».10 Il mimema joussiano consente, a mio avviso, di formulare un’ipotesi relativamente attendibile sulla forma di tali passaggi, ovvero sul modo in cui potrebbero realizzarsi. Quel che intendo sostenere è una lettura delle trasposizioni previste come caso particolare di gioco e rigioco. Suggerisco questa interpretazione perché alcuni passi di Culioli (2011) paiono richiamare indirettamente le operazioni soggiacenti alla costruzione mimemica. Nelle prime pagine di questo contributo fondamentale, e in riferimento a una nota tricotomia peirceana, l’Autore discute dell’impatto che gli stimoli percepiti esercitano sulla vita interna di ogni essere umano. L’espressione “vita interna”, adoperata nei passi summenzionati, copre sia l’attività mentale sia l’attività muscolare del soggetto ed è riferita, in termini più generali, alle risorse bio-cognitive che garantiscono la riproduzione degli stimoli ricevuti: «la vita interna è sollecitata, o sconvolta, o aggredita, etc. dalle percezioni che sono immedia­tamente interpretate e che, nello stesso tempo, fanno sì che si organizzi un certo stato interno. In particolare, una tensione muscolare e una sorta di gesto abbozzato – anche nel caso in cui il gesto appaia solo come fremito o piccolo movimento» (Culioli 2001, 9-10). Si ripropone così, sebbene sotto altre vesti terminologiche, la catena operativa di gioco e rigioco. Forse, l’evidenza testuale a disposizione richiederebbe maggior cautela: il nome di Jousse non ricorre in Culioli (2011) né altrove11, e le poche citazioni disseminate nel saggio interessano autori come Spinoza (Culioli 2011, 12) o Whitehead (Ibidem, 10). Proprio il riferimento a Whitehead, però, offre un punto di appoggio per proseguire in questa direzione. In una nota al testo redatta da Rémi Camus, leggiamo che qualche anno prima l’Autore ricorre a un concetto chiave del pensatore inglese, l’immediatezza presentazionale (presentational immediacy),12 per discutere dell’impatto degli stimoli esterni sulla nostra sensorialità: «Nel corso dell’incontro del 27 gennaio 2009 del Seminario della Rue d’Ulm, A. Culioli menzionava […] la presentational immediacy di Whitehead: “il sensoriale vi assale e vi informa (et vous en dit long)» (Culioli 2011, 9, n4). Il punto essenziale, al di là dell’uso fatto di questo concetto13 e ai fini dell’ipotesi sostenuta, è che il richiamo a pressioni di ordine sensoriale è già presente nel laboratorio concettuale dell’ antropologia mimemica. “La sigillante pressione del reale” cui accenna Jousse (1974, 2009, 62) è riferita, fuor di metafora, a pressioni di questo genere. Da qui l’aggancio con le operazioni di gioco e rigioco che prendono l’avvio dalla ricezione degli stimoli sensoriali. Il collegamento con le trasposizioni previste dall’ipotesi del gesto mentale è un passo successivo che può essere compiuto approfondendo le caratteristiche peculiari del rigioco. Come si è visto, rigiocare significa restituire in forma di riproduzioni corporee interiorizzate (o mimemi) quanto ricevuto dall’esterno. Sono mimemi le vocalizzazioni infantili che riproducono la forma timbrica e inflessionale della voce materna, oppure i movimenti delle braccia in avanti e indietro che il bambino compie innanzi alla madre per “rifare” i movimenti meccanici tipici di una locomotiva: «Dopo aver visto una locomotiva, per esempio, egli (i.e. il bambino, n.d.r.) va verso la madre per rigiocare e “recitare” cinemime­micamente, con le braccia che alternativamente si estendono e si ritraggono verso di lui, il movimento caratteristico del va-e-vieni delle bielle» (Jousse 2009[1978], 737-738). Più in generale, è mimema ogni movimento corporeo (interno o esterno) – ogni gesto, nel senso di Jousse (1978, 2009) – che comporti la riproduzione di aspetti della realtà registrati su base sensoriale:«[…] il Mimema, ovvero il gesto che riproduce il gesto caratteristico delle cose» (cit in Beaupérin 2006, 22). Il passaggio dal corporeo al simbolico – per riprendere i termini di § 4.3 – sta tutto in questa fase riproduttiva. Nel rifacimento di azioni, movimenti o altro è inscritta la costruzione di sostituti (o simulacri) corporei che il mimatore può riattivare in assenza di quanto riprodotto. Questa possibilità – di cui l’ultimo esempio è un’illustrazione molto chiara – prelude alla costituzione di entità simboliche in senso forte. Anzi, direi in almeno due sensi: uno in base al quale si tratta di dispositivi che prevedono un “rimando a…” (i movimenti in avanti e indietro delle braccia rinviano ai movimenti propulsori della locomotiva), un altro in base al quale si tratta di artefatti autonomi – o “scollati”, nelle parole di Jousse (1978; 2009: 728) – dalla sfera degli stimoli (azioni, oggetti, etc.) immediatamente percepiti. Una delle conseguenze principali di questo “scollamento” è la capacità, presente sin dalla prima infanzia, di rifare un rifacimento, o, per adoperare ancora la terminologia joussiana, di “rigiocare a vuoto”: «Nel Mimismo, il gesto cinemimico (i.e. basato su movimenti corporei esterni, n.d.r.) può, per così dire, “scollarsi” (se décoller) dall’oggetto e “rigiocarsi a vuoto” (se rejouer à vide)» (Jousse 2009[1978], 728). Gli effetti del rigioco a vuoto sono visibili non solo nella riattivazione di simulacri corporei in riferimento a situazioni o azioni passate, ma anche nella riattivazione degli stessi simulacri in riferimento all’impiego di qualcosa come qualcos’altro. Per esempio: tutte le “perfomances” ludiche che prevedono, per ogni oggetto dato, un uso difforme dall’uso quotidiano (banane adoperate come telefoni, bastoni adoperati come fucili o cavalli, etc.). Il mimatore può agire così perché è in grado di usare gli oggetti di cui dispone sulla base di mimemi che corrispondono alle modalità d’uso di altri oggetti. Grazie al recupero di tali mimemi, e al trasferimento delle modalità d’uso soggiacenti, ogni oggetto può assumere la forma virtuale di altri oggetti. La metafora della metamorfosi, già introdotta nel caso del rigioco, cattura l’essenza operativa del rigioco a vuoto: «Quando il piccolo anthropos si serve di un oggetto per il proprio gioco, l’oggetto, il più delle volte, è solo il supporto di mimemi interazionali che non hanno nessun rapporto con l’uso quotidiano di quell’oggetto e che, d’altra parte, possono variare indefinitamente. Un bastone non servirà più a colpire, bensì, sotto i gesti mimimologici del piccolo giocatore, si metamorfosizzerà in un cavallo, in un fucile, etc. Il giovane anthropos può giocare in qualsiasi modo con qualsiasi cosa» (Ibidem, 736). In linea con questa metafora, il simbolico come effetto del rigioco (a vuoto) prevede, oltre a un momento semiosico, un momento metamorfico che caratterizza tutte le articolazioni della costruzione mimemica e principalmente il lavoro dell’immaginario. Quest’ultimo riferimento può forse sembrare fuorviante. Il termine “immaginario” non appartiene al lessico tecnico dell’antropologia joussiana, che, d’altra parte, introduce “mimema” in aperta polemica con qualsiasi psicologia delle immagini: «L’Anthropos non è […] come riteneva Taine un “polipaio di immagini”, bensì un “complesso di mimemi” che rigioca ogni cosa» (Jousse 2009[1974], 58). Tuttavia, al di là dei toni talora provocatori («le immagini non esistono», leggiamo altrove (Ibidem, 127)), il tema dell’immaginario è ben radicato in Jousse. Basta saperlo cercare. Esso è senza dubbio presente nei pochi ma significativi passi dell’Anthropologie du geste che presentano l’immaginazione come caso particolare di rigioco: «Rigiochiamo sempre. E avremo […] una combinazione di rigiochi che si aggiustano attraverso uno stesso raggio di curvatura e questo è ciò che si chiama Immaginazione» (Ibidem, 70).14 O ancora nei lavori di interpreti posteriori, tra cui Beaupérin (2006), che provano a ridurre, attraverso un attento lavoro analitico, la distanza tra mimema e immagine: «[…] non bisogna dimenticare che la parola immagine viene da radici indo-europee: im che è il
gesto di imitare e ag che è il gesto di spingere innanzi a sé; dunque la parola immagine ha un senso dinamico che è stato perso in seguito» (Beaupérin 2006, 21). Ma il punto di contatto effettivo con la sfera dell’immaginario resta l’idea di mimema come artefatto gestuale “scollato” dalla realtà che pure ricalca. Vediamo come. Proprio perché i mimemi possono transitare da un oggetto all’altro, il mimatore è in grado di usare qualcosa come qualcos’altro e creare, sulla base di queste transizioni, un universo fittizio (o finzionale) dove l’identità degli enti manipolati è plasmata dal gesto soggettivo che li mima: «Ben presto il piccolo anthropos non vive più, parrebbe, per manipolare il reale oggettivo, bensì per sistemare le interazioni dei propri mimemi soggettivi» (Jousse 2009[1978], 730). Per essere trasferito, però, il mimema deve essere interiorizzato ossia conservato in memoria come repertorio di azioni riattivabili all’occorrenza. Solo in questo modo può essere sganciato dalle circostanze immediate che lo hanno prodotto ed essere riprodotto altrove nelle forme privilegiate dal mimatore. Ogni mimema comporta così non solo la riproduzione corporea di qualcosa (processi, eventi, etc.) ma anche la costituzione di un repertorio memorizzato di azioni virtuali disponibili alla riattivazione. Nella lettura del gesto mentale che propongo, questo aspetto è cruciale. I gesti mentali – come si è detto (cfr. Ducard 2009) – sono «condotte corporee interiorizzate» e per ciò stesso convertite in rappresentazioni mentali di qualche tipo. L’accostamento coi mimemi permette di formulare una prima ipotesi sulla forma di tali rappresentazioni. In altre parole, esso suggerisce di vedere nei gesti mentali le tracce memorizzate di esperienze senso-motorie interne ed esterne. Anche in questo caso però si tratta di congetture. I testi di TOPE che introducono la nozione di gesto mentale – o almeno quei testi di cui sono a conoscenza – non si impegnano su questo punto né tanto meno, con la sola eccezione di Ducard (2009), propongono un confronto con la nozione di mimema. Eppure, vi sono delle somiglianze notevoli; non solo perché TOPE promuove una concezione della gestualità compatibile con l’idea di gesto enucleata dall’antropologia joussiana ma anche perché l’analogia “gesto mentale/mimema” è confortata da un altro singolare parallelismo che interessa il ruolo dei testi (e delle lingue) nei rispettivi domini di analisi. Per TOPE è a partire dai testi che è possibile risalire ai gesti mentali. Per Jousse ogni lingua è un «sistema di mimemi» e le parole, a loro volta, sono ricettacoli di mimemi: «Una lingua è anzitutto un sistema di “Mimemi” soggiacenti a parole differenti» (Jousse 2009[1974], 129). Indicativo in tal senso è il ruolo assegnato all’etimologia. Si tratta di una visione affine al punto di vista di TOPE15 che presenta le radici lessicali come tracce (o “trasposizioni”) sonore di gesti corporei memorizzati: «Abbiamo qui a che fare con il meccanismo dell’etimologia attraverso il mimismo: ritrovare sotto le radici delle parole i gesti […] soggiacenti».16 Insomma, vi sono corrispondenze significative che lasciano intravedere una chiave di lettura plausibile per l’ipotesi del gesto mentale e, dall’altro, una esemplificazione chiara dei rapporti tra le sfere del verbale, del linguistico e del linguaggero. Che era poi quello di cui intendevo discutere in questo saggio.

6 | Conclusioni in forma di contrappunto.

L’analisi dei termini su cui poggia la partizione introdotta da TOPE ha permesso di distinguere tre sfere (o livelli di descrizione) peculiari dell’attività di linguaggio umana. Riassumendo: il livello dell’attività verbale – o processi di audizione e fonazione che caratterizzano il piano dell’interlocuzione; il livello delle regole linguistiche – o delle relazioni che specificano l’apparato formale di una lingua storico-naturale; il livello delle dinamiche linguaggere – o delle operazioni ideoprassiche che concorrono alla costruzione del significato. Si tratta di distinzioni che non equivalgono a linee di demarcazione rigide. Il senso delle differenze enucleate ha un valore di segno opposto. “Verbale”, “linguistico” e “linguaggero” sono etichette metalinguis­tiche che garantiscono l’accesso ad aspetti diversi dell’attività di linguaggio e che, per un altro, fissano le condizioni terminologiche a partire da cui determinare i legami tra questi aspetti. Il punto essenziale è la forma dei legami individuati. Nei paragrafi precedenti, ho parlato di “sovrapposizioni” o talora di “confini fluidi” tra una sfera e l’altra.

6.1 Un’ipotesi di lavoro: l’inclusività dei livelli

Le relazioni stabilite potrebbero essere descritte nei termini di inclusioni di un livello nell’altro: il “verbale” è incluso nel “linguistico” che è incluso a sua volta nel “linguaggero”. La struttura di queste inclusioni a cascata va giustificata sulla base di osservazioni puntuali e mirate. I processi di audizione e fonazione che costituiscono il piano dell’interlocuzione sfruttano necessariamente le risorse espressive di almeno una lingua data. Se questa non è una ragione sufficiente per provare che la sfera del verbale è inclusa nella sfera del linguistico, essa mostra tuttavia che un livello non può essere esaminato indipendentemente dall’altro: le forme sonore scambiate da locutori e co-locutori sono sempre le forme di almeno una lingua particolare. I confini del “linguistico” però sono più ampi di quelli che delimitano il “verbale”: accanto alle fonìe, esso prevede le grafìe e le complesse relazioni tra questi piani.17 Il “verbale” è così una sottosfera del “linguistico” nel senso che, sebbene ogni emissione di suoni articolati è una forma linguistica, non tutte le forme linguistiche sono emissioni di suoni articolati. L’inclusione del “linguistico” – e, per transitività, del “verbale” – nel “linguaggero” si spiega invece sulla base della nozione di ideoprassi introdotta in riferimento all’attività di linguaggio. Con questo vocabolo, TOPE mira a enfatizzare tutti quegli aspetti di tale attività che oltrepassano (pur includendole) le sfere del verbale e del linguistico. L’ideoprassi copre un’ampia varietà eterogenea di pratiche e operazioni che vanno dalle condotte mimico-gestuali – comprese quelle condotte particolari che sono i “gesti” (o movimenti) degli organi fonatori – fino all’attività fantasmatica della psiche, le endofasie e le forme di simbolizzazione più disparate (riti, narrazioni mitopoietiche, produzione di oggetti d’arte, etc.). Vista come controparte metalinguistica dell’ideoprassi, la sfera del linguaggero è quindi ampia a sufficienza per coprire le sfere del linguistico e del verbale. Anche in questo caso i livelli di descrizione sono legati da rapporti di dipendenza molto stretti. Basta approfondire alcuni aspetti dell’interlocuzione per averne conferma: non solo non vi è articolazione fonatoria nella quale non siano riconoscibili le forme di almeno una lingua data, ma soprattutto non vi è scambio di forme sonore che non si realizzi attraverso condotte di ordine mimico-gestuale. Ogni parola proferita trascina con sé un numero considerevole di movimenti corporei che comprendono, oltre ai movimenti degli organi fonatori, movimenti del capo, delle mani, espressioni del volto (le parole – leggiamo in Culioli & Normand (2005, 168) hanno un «valore facciale»)18, aggiustamenti posturali, etc. Per dirla con Lapaire (2013, 57), «il corpo che parla è un corpo in movimento». I giochi interlocutori sono così saldamente ancorati a repertori di condotte mimico-gestuali (o «mimemiche») integrate nella costruzione del significato e costituite a loro volta in funzione di tali giochi: «Il corpo parlante è un corpo in movimento impegnato nella costruzione e nella trasmissione del senso: ai movimenti articolatori dei suoni si congiungono l’animazione del volto (mimiche facciali), i movimenti delle mani, le inclinazioni della testa e del tronco, che costituiscono altrettanti aggiustamenti posturali innanzi al corpo degli altri e di fronte agli oggetti concepiti o esperiti, visibili o invisibili, reali o simbolici, convocati e manipolati nello spazio gestuale. […] Questi movimenti corporei vanno ben al di là della semplice codifica multimodale del senso. Quel che è rappresentato si inscrive corporalmente nello spazio interlocutivo: il soggetto parlante presta il proprio corpo alle significazioni che nello stesso tempo fabbrica […] e mette in scena». Lo stesso, mutatis mutandis, vale per il “corpo che scrive”. Anch’esso è un corpo in movimento, ma in modo diverso: i movimenti degli organi fonatori cedono il passo ai movimenti coordinati di mani, occhi, braccia e avambracci – che si lavori con carta e penna o si digiti al computer. D’altra parte, non mancano le sovrapposizioni: il corpo che scrive può tacere del tutto (e in tal caso «le qualità sonore ed espressive della voce saranno rimpiazzate da un tracciato sensibile […] nel quale lo scrittore si investe pienamente» (Mandel 1992, 86)) oppure può interrompere il silenzio con brevi proferimenti, esclamazioni improvvise, con o senza arresto del gesto scritturale, fino a scandire ad alta voce le parole via via scritte. Può trattarsi di un esercizio solitario o di una pratica interindividuale che prevede, come i giochi interlocutori, uno scambio di forme (grafiche e non più sonore). Lo scambio inoltre può essere differito nel tempo (come nelle corrispondenze epistolari) o svolgersi in tempo reale (come nelle chats on-line) – e in tal caso sarà più probabile che il gesto scritturale si combini con le mimiche, i gesti fonici e, più verosimilmente, con entrambi. Insomma, la parola scritta, come la parola proferita, trascina con sé un universo di condotte mimico-gestuali – più genericamente, di condotte corporee – che si inscrivono anch’esse (o una buona parte) in un gioco di scambi reciproci. Nel contesto di tali scambi (grafici, fonici, grafico-fonici, mimico-grafico-fonici, etc.), le endofasie hanno un ruolo capitale: ogni interazione prevede la possibilità di “discorsi interni taciti” che ciascun attore indirizza a sé stesso in riferimento all’altro, all’altro in riferimento a sé stesso o a sé stesso in riferimento a sé (come altro). Tutte queste varianti, unite alle risorse fantasmatiche della psiche, sono parte costitutiva dell’ideoprassi e confermano sul piano metalinguistico che il linguaggero è ampio a sufficienza per coprire le sfere del linguistico e del verbale. Vi è così un livello di descrizione, il “linguaggero”, che contiene gli altri due, il “linguistico” e il “verbale”, e che garantisce, in virtù delle relazioni stabilite, un punto di vista globale sull’attività di linguaggio.

6.2 Alcune oscillazioni terminologiche

Tra i lavori di TOPE che esaminano tali rapporti, alcuni però sembrano discostarsi dalle definizioni introdotte. Per esempio, il modo in cui Culioli (1974, 53) distingue tra “linguistico” e “linguaggero” non combacia con le partizioni di Culioli (1981). Secondo le indicazioni di questo lavoro più recente, il vocabolo “linguaggero” è adoperato in riferimento all’attività di linguaggio, mentre “linguistico” designa le operazioni di cui le unità testuali sono traccia: « […] linguaggero (che attiene all’attività di linguaggio), linguistico (termine che rinvia alle operazioni complesse le cui tracce sono le configurazioni testuali)». Le differenze principali, rispetto ai lavori più tardi, interessano tre aspetti. In primo luogo, il modo di presentazione del linguaggero risulta troppo generico: non contiene il benché minimo riferimento alla sfera dell’ideoprassi (e alla varietà di fattori di cui è composta) né alle “operazioni di linguaggio in situazione” che costituiscono lo specifico dell’attività di linguaggio. In secondo luogo, i rapporti tra “linguistico” e “linguaggero” non sono impostati con la dovuta chiarezza. Da quanto esaminato in precedenza, abbiamo acquisito che, nell’ottica di TOPE, la sfera del linguistico copre le regole e le relazioni che specificano l’apparato formale di una lingua storico-naturale. Una lettura più attenta delle pagine culioliane permette inoltre di identificare ogni forma con una via d’accesso a operazioni di linguaggio specifiche (le forme – recita uno degli slogan più consolidati di T.O.P.E – sono marcatori, ossia tracce materiali di operazioni di linguaggio soggiacenti). Il linguistico sarebbe così un modo di manifestazione del linguaggero. Le distinzioni di Culioli (1974) però vanno ben oltre queste conclusioni e modificano l’impianto generale dello schema tripartito. In particolare, esse trasformano le condizioni d’impiego del termine «linguistico»: il vocabolo non è più adoperato, come in Culioli (1981), per designare le configurazioni di marcatori che passano attraverso una lingua data, bensì per indicare le operazioni complesse (quali?) di cui tali configurazioni sono traccia. Da qui una sovrapposizione di piani che ingenera non poca confusione: il livello delle operazioni di linguaggio soggiacenti alle configurazioni di marcatori è comunemente associato alla sfera del linguaggero – o, in senso ampio, alla sfera dell’ideoprassi. Culioli (1974) elimina quest’associazione e ne istituisce un’altra, che riconduce simili operazioni alla sfera del linguistico. Sorge così un duplice problema: non è chiaro quale sia lo statuto peculiare di queste operazioni e non è chiaro, di conseguenza, in che senso e in che misura esse vadano distinte dalle operazioni dell’attività di linguaggio. In terzo luogo, non vi è nessun riferimento alla sfera del verbale. In questo caso, lo schema prevede, accanto a «linguistico» e «linguaggero», il termine «metalinguistico», adoperato per descrivere il laboratorio concettuale del linguista teorico: «metalinguistico […] rinvia all’attività del linguista, nella misura in cui quest’ultimo descrive, rappresenta ed eventualmente simula i fenomeni osservati (produzione e prodotti) di ordine linguaggero e linguistico» (Culioli 1974, 53). Il che comporta, nello stesso tempo, un arricchimento e un impoverimento delle descrizioni di T.O.P.E: la presenza di «metalinguistico» permette di mettere a fuoco l’attrezzatura teorica che il linguista mobilita nell’analisi dei fenomeni esaminati; l’assenza di «verbale» priva lo schema tripartito di un importante parametro di riferimento centrato sugli atti reciproci di ascolto e fonazione che costituiscono il piano dell’interlocuzione. A cosa attribuire queste differenze? E soprattutto: come integrarle nel quadro generale delineato? Al primo quesito rispondo con un’ovvietà: Culioli non ha mai prodotto monografie; anzi, si è sempre rifiutato di scriverne una. Non è questa la sede per discutere le ragioni di questa scelta. È chiaro però che essa non può non avere avuto un ruolo determinante nelle oscillazioni e nelle discontinuità (talora molto profonde) che attraversano la produzione scientifica dell’Autore. Si può supporre che l’assenza di opere sistematiche abbia influito profondamente sui mutamenti delle terminologie adoperate e, di conseguenza, sulla stabilità dell’apparato concettuale. Fatta eccezione per i tre tomi di Pour une linguistique de l’énonciation (che raccolgono solo alcuni dei contributi principali di TOPE), l’intera attività scientifica culioliana si è riversata nella stesura di articoli e nella compilazione di seminari dottorali, spesso trascritti dagli allievi e fatti circolare entro ristrettissime cerchie di adepti. È molto probabile allora che un territorio scientifico così costruito sia particolarmente predisposto a rimaneggiamenti continui e – come nel caso di «linguistico» e «linguaggero» – a variazioni improvvise che modificano il significato metalinguistico dei termini impiegati. Quanto al secondo quesito, le differenze individuate possono essere integrate attraverso un ampliamento dello schema tripartito, ossia introducendo, accanto a «linguistico», «verbale» e «linguaggero», un quarto termine-chiave: «metalinguistico». Resta il fatto però che si tratta di un’integrazione parziale, perché il passaggio a uno schema ampliato (o tetrapartito) lascia del tutto aperta la questione relativa al mutamento semantico di termini-chiave come «linguistico» e «linguaggero». Insomma, solo per dire che i problemi rilevati restano aperti e in attesa di opportune soluzioni. Agli eredi di Culioli, straordinario linguista del ventesimo secolo, l’onore e l’onere di sperimentarle.

Footnotes

1Corsivi miei.
2Un revisore anonimo mi fa notare che «se si radica il verbale nel linguistico e questo nel linguaggero», forse vi «sarebbe bisogno di supporre che il verbale sia un luogo ibrido». L’osservazione è acuta e tocca un punto su cui, a mio avviso, molto si dovrebbe lavorare. Purtroppo, gli scritti culioliani non sono al riguardo particolarmente espliciti. Forse, altri programmi di ricerca potrebbero offrire spunti di riflessioni preziosi. Per esempio, la Prassematica di Robert Lafont (cfr. Lafont 2004, 2007). Nei limiti di questo saggio però preferisco non addentrarmi nell’analisi di altre ipotesi di lavoro. Mi riprometto perciò di approfondire quest’aspetto nell’ambito di ricerche future.
3Grassetti nel testo.
4O che forse «occorrono su tutte e tre le sfere dell’attività di linguaggio». Anche in questo caso il revisore anonimo coglie un punto di cruciale importanza. Anche in questo caso rimando ad altra sede l’approfondimento di questo secondo suggerimento.
5Ducard (comunicazione personale).
6Ivi. Il passo va letto tenendo conto anche di Jousse (1974, 2009, 56):«[…] le vibrazioni sonore […] vengono a colpire il nostro apparato auricolare che le rigioca (rejoue) microfonicamente con la tendenza a irradiarle megafonicamente nell’apparato laringo-boccale». Sebbene non vi sia nessun riferimento al caso discusso circa settecento pagine dopo, esso ne contiene in nuce tutte le fasi caratterizzanti. Peraltro, le poche righe citate collocano il rigioco già a livello auricolare; aspetto, questo, che, almeno sul piano terminologico, è assente in Jousse (1978, 2009, 741). Va segnalato però che una pagina prima l’Autore parla di “mimemi auricolari” (mimèmes auriculaires) in riferimento alle tracce rilasciate dalle vibrazioni sonore negli organi dell’orecchio interno. Dal momento che, nell’ottica di Jousse, ogni mimema è il risultato di un rigioco, ho ritenuto opportuno descrivere negli stessi termini questo processo.
7Per un esame delle affinità tra “gioco” e “intussuscezione” nell’ambito dell’antropologia mimemica di Jousse, cfr. Langlois 2002.
8Trad. it. in Colimberti 2004 p. 5. Per un esame dei rapporti tra “mimema” e “intussuscezione”, cfr. Beaupérin 2006.
9Su questo punto, cfr. Fontanille 2004, 134.
10Su questo punto, cfr. anche Normand 2006, 112 n. 20:«Nei suoi interventi recenti sull’argomento, A. Culioli ricorre ugualmente al termine “chòra”, termine pitagorico e platonico (Timeo) definito come “uno spazio in vista di qualcosa, un vuoto in attesa di” (seminario del 15/11/05)».
11Sebbene Jousse citi Culioli et alii 1970. In particolare, cfr. Jousse 2009[1978] 701 n. 20. Il riferimento tuttavia non offre alcun sostegno all’ipotesi discussa. Resta semmai, per chi volesse apprezzarlo, lo stupore di una coincidenza piacevole (almeno per lo scrivente).
12Qualche sparuto riferimento alla presentational immediacy è già reperibile in Culioli & Normand 2005, 271:«CULIOLI: […] in Whitehead vi è qualcosa che è un po’…(pausa) vi è quel che egli chiama “l’immediatezza” e poi “il legame causale”. Ma si tratta sempre della stessa cosa […]».
13Che andrebbe comunque approfondito. Per un primo esame, cfr. Culioli & Ducard 2011, 161-163.
14Sullo stesso tema, cfr. Jousse 1974 (2009) p. 16.
15Quest’aspetto non è sfuggito a Ducard (2009, 70): «L’idea joussiana secondo cui […] l’etimologia può ricondurci al mimismo […] mi pare possa accordarsi con una certa maniera di ricorrere, in Culioli, all’indagine etimologica».
16Jousse 2009[1978], 709 n. 29. Per ulteriori approfondimenti, cfr. Ibidem, 748: «[…] le radici sono semplicemente la trasposizione sonora di antichi gesti cinemimemici […]». Un suggerimento prezioso in tal senso è offerto da uno dei revisori anonimi del testo secondo cui nel ragionamento di Jousse sarebbe intuibile una « una sorta di riformulazione implicita del concetto di Lautgebärde (Schuchardt) e del problema dell’espressività del linguaggio (problema che era avvertito come affine alle onomatopee)».
17Sulle relazioni tra fonìe e grafìe, osservazioni di estremo interesse sono reperibili in Masson 2001, 171-177.
18Riporto il passo: «CULIOLI: […] in quanto essere di linguaggio, prendo le parole con il loro “valore facciale”; […]». Per un approfondimento, cfr. Ducard 2009b, 57-63.

References

Armstrong David F (1999) Original signs: Gesture, sign and the sources of language, New York, Gallaudet University Press.
Beaupérin Yves (2006) Le Rythmo-mimisme, Paris, Institut européen de mimopédagogie.
Bottineau Didier (2013) "Pour une approche enactive de la parole dans les langues", Langages 192, pp.11-27.
Brassac Christian (2001) "Formation et dialogisme: l'exemple d'un apprentissage situé et distribué", Orientation scolaire et professionnelle 30 (2), pp.243-270.
Calbris Geneviève (2011) Elements of meaning in gestures, Amsterdam, Benjamins.
Citton Yves (2012) Gestes d'humanité: Anthropologie sauvage des nos expériences esthétiques, Paris, Armand Colin.
Colimberti Antonello (2004) Ecologia della musica: Saggi sul paesaggio sonoro, Milano, Donzelli.
Culioli Antoine (1970) Considérations théoriques à propos du traitement formel des langues naturelles, Paris, Dunod.
Culioli Antoine (2000) Pour une linguistique de l'énonciation, Paris, Ophrys.
Culioli Antoine, Normand Claudine (2005) Onze rencontres sur le langage et les langues, Paris, Ophrys.
Culioli Antoine, Ducard Dominique, Normand Claudine (2006) "Ceci n'est pas une conclusion", in: Antoine Culioli (ed), Un homme dans le langage, Paris, Ophrys, pp.366-372.
Culioli Antoine (2011) "Gestes mentaux et réseaux symboliques: à la recherche des traces enfouies dans l'entrelacs du langage", Faits de Langue - Les Cahiers 3, pp.7-31.
Culioli Antoine, Ducard Dominique (2012) "Un témoin étonné du langage", in: Claudine Normand; Estanislao Sofia (ed), Espaces théoriques du langage: Des parallèles floues, Paris, L'Harmattan, pp.129-172.
Culioli Antoine (2014) L'arco e la freccia: Scritti scelti, Bologna, Il Mulino.
de la Garanderie Antoine (1987) Comprendre et imaginer, Paris, Éditions du Centurion.
Ducard Dominique (2010) "O grafo do gesto mental na teoria enunciativa de A. Culioli", Letras de Hoje 44 (1), pp.64-71.
Ducard Dominique (2010) "A gênese do signo: o jogo do carretel e o gesto da faca", Letras de Hoje 44 (1), pp.57-63.
Ducard Dominique (2012) "Comment le dire: À propos d’ajustement en quelque sorte", Revue Tranel 56, pp.43-60.
Fontanille Jacques (2004) Figure del corpo: Per una semiotica dell'impronta, Milano, Meltemi.
Gallagher Shaun (2005) How the body shapes the mind, Oxford, Oxford University Press.
Jousse Marcel (2009) L'anthropologie du geste, Paris, Gallimard.
Kendon Adam (2004) Gesture. Visible actions as utterance, Cambridge, Cambridge University Press.
La Mantia Francesco (2014) "Sul lessico della linguistica di Culioli", in: Antoine Culioli, L'arco e la freccia: Scritti scelti, Bologna, Il Mulino, pp.243-410.
Lafont Robert (2007) Il y a quelqu'un: La parole et le corps, Limoges, Lambert-Lucas.
Langacker Ronald (2009) Investigations in cognitive grammar, Berlin-New York-Amsterdam, Mouton de Gruyter.
Langlois Yvonne (2002) La pédagogie du geste de Marcel Jousse: ses fondements anthropologiques et sa contribution à la pédagogie, Lyon, Université Lumière Lyon 2.
Lapaire Jean-Rémi (2013) "Gestualité co-grammaticale: de l'action corporelle spontanée aux postures de travail métagestuel guidé: "Maybe" et le balancement épistémique en anglais", Langages 192, pp.57-72.
Linell Per (2009) Rethinking language, mind and world dialogically, Charlotte, Information Age Publishing.
Mandel Ladislas (1992) "La magie de l'écriture du visible à l'invisible: Et du dicible à l'indicible", Communications et langage 91, pp.75-97.
Masson Michel (2001) "Phonomes et grapholangues", in: C Gruaz; Renée Honvault (ed), Variations sur l'orthographie et les systèmes d'écriture: Mélanges en hommage à Nina Catach, Paris, Champion, pp.n/a.
Normand Claudine (2012) "La notion d'ajustement dans le métalangage d'Antoine Culioli", in: Catherine Filippi-Deswelle (ed), L'ajustement dans la TOE d'Antoine Culioli, Paris, Publications éléctroniques de l'ERIAC, pp.29-38.
Rabatel Alain (2006) Homo narrans, Limoges, Lambert-Lucas.
Simondon Gilbert (2005) L'individuation à la lumière des notions de forme et d'information, Grenoble, Millon.

Leave a Comment